martedì 7 aprile 2009

Il Milanese 1/2


Foto (La qù-Silvia Matteini/flickr)


La vita, per un figlio di immigrati, è sempre un poco più ridicola, rispetto alle altre. Poi se di quel paesino vicino ad Aversa, conosci solo alcune facce e le case dei parenti durante le feste di Natale, la cosa acquista anche uno strano senso surreale. Ma quando ti iniziano a chiamare terrone, trai banchi di scuola, solo perché di quelle facce e di quelle case vai orgoglioso, al ridicolo si aggiunge anche un po’ di surreale. E così che inizi a pensare come loro: non i compagni di classe, ma gli amici che non hai mai conosciuto, quelli che girano sotto casa di zia Assunta sui loro motorini e sempre senza casco. Inizi a convincerti che nel tuo sangue non potrà mai scorrere l’idea di essere del nord, ma che resterà sempre, nonostante gli manchi l’accento giusto, un sangue terrone.
Dall’interno di quell’aula buia, nonostante fosse una splendida mattinata primaverile, vengo proiettato con la mente ad oggi, sul divano di camera mia. La mia posizione è ferma e fissa. Con il bacino tirato avanti e le spalle che sembrano voler scivolare sempre più verso terra, guardo un punto davanti a me da diversi minuti, forse ore, forse secoli. Rifletto. O piuttosto cerco le forze per alzarmi e partire. Detto fatto. All’appello non manca niente. Giacca, portafoglio, chiavi. Ah, gli occhiali da sole. Quelli fanno la differenza, sempre.
Entro nel furgoncino parcheggiato sotto casa inneggiando ad alcuni santi e morti di chissà quale persona. E’ il freddo a farmi imprecare. Avvio il motore, solita strada, solite persone che si incrociano. Solita entrata verso l’autostrada.

Buongiorno. E’ finalmente l’una del pomeriggio, sono quasi all’altezza di Roma, dopo quattro fottute ore di viaggio. Finalmente riesco a capire di essere vivo e sveglio e a ricordarmi le bevute della sera prima. Finalmente ho la forza di fermarmi all’autogrill e prendere il caffè della mattina. Sono Giuseppe, ma non chiamatemi Beppe per favore. Chiamatemi Bebè come preferiscono i miei più cari amici. Oppure il milanese, come mi chiamano “dalle mie parti”.
Sono uno studente. Studio al Dams di Bologna: recitazione. Ma non diventerò un attore. Ho scelto quest’università per allontanarmi da Milano. Ad un figlio di immigrati Milano comincia a stare veramente stretta verso i diciannove. Così, dopo un anno a giurisprudenza mi sono lanciato nel mondo dell’arte. E sono quattro anni che sono fermo al primo anno, ma con qualche esame del secondo già fatto, da intendersi. Per campare, non potendo chiedere soldi ai miei, mi sono aperto un’attività semi-clandestina. Nulla di pericoloso o troppo illegale. Del resto è iniziato tutto per un puro caso. Amici, amici di amici: tutti hanno iniziato a chiedermi di portar loro delle gustose ma soprattutto originali mozzarelle di bufala. Così due volte alla settimana scendo da qualche parente, vado in un caseificio di fiducia e riempio un furgoncino vecchio di vent’anni di mozzarelle di bufala.

“Dalle mie parti”, dicevo, mi chiamano il Milanese, ‘o Milanese per la precisione. “Raffaè, è arrivato ‘o milanese” li sento urlare quando entro nel negozio. Destino beffardo. Nemico in patria e straniero all’estero. Ho sempre viaggiato su questo binario doppio, ed in verità l’ho sempre presa in maniera ironica. Questo essere a cavallo tra due mondi ma con nessuna patria mi ha sempre aiutato a pensare un passo avanti di quello alla mia destra. Ed infatti sono riuscito a tirare su la mia rete di smercio della mozzarella in poco più di un mese. Amici di amici appunto, ma anche sconosciuti arrivati a me col passaparola. Fanno la fila per aggiudicarsi qualcosa da almeno uno dei miei due viaggi settimanali. La mozzarella di bufala è un bene raro.
E ne ho conferma ogni volta che ritirata la merce mi fermo a lato della strada, scelgo a caso una cassa di mozzarelle da dietro il furgoncino e ne “testo” una. Normalmente dopo un po’ un bravo smerciatore di bufala ha bisogno di cambiare caseificio, di fare a rotazione. O meglio: questa è la mia regola. Perché infatti coi grandi numeri i caseifici reggono poco, e dopo un paio di mesi la mozzarella non mantiene il sapore originario.
Quando il caseificio è nuovo, dicevo, la mozzarella di bufala ti si scioglie in bocca. Ma a dirla così è un po’ riduttivo. Ne tagli un pezzo e vedi il siero circondare la ferita. Apri la bocca e ti avvicini al boccone con le papille gustative e la testa concentrate solo sul momento dell’impatto. La lingua viene a contatto per prima, e senti il siero scendere ed allagare le fauci, finché tutto il boccone inizia a cedere con benevolenza sotto una lieve pressione dei denti. Un paio di masticate e il sapore invece di svanire aumenta. Ma la mozzarella veramente buona è quella che ti lascia quel sapore forte in bocca, quel retrogusto che si deve creare per una strana reazione con l’aria. Aria di Napoli o di Bologna il sapore vincente resta sempre vincente. Non credo a questa storia dell’aria o, più che altro, non penso possa influenzare così tanto il sapore di una mozzarella di bufala.

Mi è andata sempre bene con il traffico di mozzarelle. Bei soldi. Dicevo. Pochi rischi. Coscienza a posto. Parto la Domenica in seconda mattinata per arrivare per l’ora di cena a casa del parente di turno che mi ospita. La mattina dopo passo dal caseificio e ritiro la preziosa merce. Poi alla volta di Bologna, dove in tempo per le cinque-sei del pomeriggio distribuisco le mozzarelle ai richiedenti, senza che mai me ne avanzi una. In questo sono molto bravo. Nel vendere. La fama del terrone, per di più napoletano, mi ha seguito anche a Bologna, qui dove la concorrenza vi giuro è molto agguerrita ed è difficile sentirsi rinfacciare la provenienza. Nonostante ciò con la mia fama di terrone napoletano la gente si fida di me ed al momento giusto, metti che qualche cliente rinuncia alla sua mozzarella della settimana, riesco ad usare la loro fiducia per finire la merce in esubero guadagnandoci il doppio.
Di giovedì, sempre seconda mattinata, parto nuovamente per il secondo giro settimanale. E via così da ormai tre anni.

Un giorno zia Assunta, che mi doveva ospitare, mi disse che non sarebbe stata a casa per cena a causa di un imprevisto urgente. Dopo le domande di rito per assicurarmi che stesse tutto a posto, decisi sul da farsi. Normalmente mangiare dai parenti ha un doppio vantaggio: risparmi e ti riempi, e per uno studente fuori sede sono due aspetti fondamentali che insieme risolvono molti problemi. Inoltre capita di incontrare anche qualche cugina della propria età con la quale scambiare chiacchiere ed uscire ogni tanto. Ma quella sera, per quell’imprevisto urgente, mi ritrovai spiazzato. Così abituato a questa piccola routine settimanale non seppi cosa fare. Ed una volta arrivato in prossimità della casa di zia Assunta non mi rimase altro che fermarmi di fronte ad un ristorante dall’aspetto modesto, dirimpetto alla statale.
Entrai e salutai con garbo e cortesia ma in silenzio, sapendo fin da subito che con la prima parola detta mi avrebbero etichettato come uno del nord. Presi posto in un tavolo isolato, e per un attimo mi sentii anche importante. In quel momento ero un rappresentante, un camionista, un padroncino o qualsiasi altra persona che deve mangiare al ristorante da solo per lavoro. Comunque ero un lavoratore adulto. Questo ti da una certa convinzione di poter essere preso sul serio. Una signora di una certa età mi portò la lista mostrandomi un sorriso accogliente e simpatico. Zoppicava con eleganza e parlava il sua accento in molto gradevole. Scambiammo qualche parola di cortesia e subito il suo fare mi fece dimenticare le arie da adulto. Rimisi le mie vesti e mi sentii molto più a mio agio.
Scorrendo rapidamente il menù fermai il dito su una porzione di parmigiana e un piatto a parte di mozzarella di bufala, senza nulla affianco, le specificai.
Come di consueto mi lanciai sulla parmigiana con voracità e lasciai per ultimo il pezzo forte della cena. Momento solenne. Mi suonai in testa delle piccole trombe per rompere la noia della solitudine. Bloccai la vittima con la forchetta e l’accarezzai con la lama fredda del coltello. Un colpo decisivo e potei avvicinare alle mie labbra la carne sgocciolante di siero per farla tastare dalla lingua. Fino a qui tutto bene. Con semplicità mandai giù il primo boccone e poi pian piano, con calma e un certo stile dato dalle trombe di sottofondo, arrivai alla fine della mozzarella intera. Mi poggiai con la schiena sulla sedia prima di scoprirmi terribilmente soddisfatto di quella mozzarella. Il suo retrogusto stava dando una sensazione inaudita di piacere alla gola, cosicché rimasi del tempo a ripassarlo e ricordarlo, finché la simpatica signora non mi portò un’altra mozzarella specificandomi che era offerta dalla casa. La seconda volta fu una sorpresa ancora più dolce.
-Signora, ma lei dove si rifornisce per avere una mozzarella tanto buona? -Tornai a recitare per convenienza la parte dell’adulto. Volevo essere un rappresentante. Mi avrebbe dato più possibilità di arrivare allo scopo.
-Questo non posso dirglielo. E’ il segreto del ristorante. -Signora 1, rappresentante 0.
-Capisco, ma sa.. glielo chiedevo perché i miei coinquilini vanno pazzi per la mozzarella di bufala e vorrei prenderne un bel po’ da portargli su domani. -Provai la carta del giovane innocuo.
-Mi spiace, è che non posso proprio dirtelo. Io ricevo lo stesso quantitativo di mozzarella da dieci anni tre volte alla settimana, e mi va tutta via con facilità. Comunque riferirò che ti è piaciuta, ne saranno molto contenti al caseificio.
-Grazie lo stesso signora. Mi può fare la fattura gentilmente? Tornai ad essere il rappresentante e mi inventai una ditta ed una partita iva adatta al gioco: De Cecco, P.I. 10438205586603. Sicuramente sbagliai mettendo qualche numero di troppo, ma la cosa rese solo più divertente il tutto.
La sera la passai tranquilla. Arrivai a casa che la zia era già tornata. Era una domenica, così non mi fu difficile addormentarmi subito per recuperare le ore di sonno perse la notte prima.

Non faccio mai colazione quando sono a Bologna, ma qui giù il piacere di un caffè napoletano non me lo perdo mai. Deve essere il luogo a darmi questa sensazione nel berlo. Lo gusto già vedendolo versare dalla moka.

Arrivo dal fornitore che sono già le dieci: mi piace la vita dai ritmi rilassati. Un ragazzino di nove o dieci anni mi aiuta nel riempire il furgoncino e vado via che non sono ancora le dieci e mezzo. Lungo la strada ripasso davanti al ristorante della signora e noto subito un vecchio pandino parcheggiato immediatamente fuori dall’entrata, Un ragazzo sta scaricando dei pacchi. Vi è un duplice scambio di sguardi. Freno per non tamponare la macchina davanti. Lui riprende a scaricare. Sicuramente è mozzarella quella. Osservo il furgone del ragazzo: tombola. Sul lato vi è scritto l’indirizzo e il nome del caseificio. La penna. Il mio impero per una penna. Dov’è? Nel cruscotto? No. Sotto il freno a mano? Nemmeno. Dietro il sedile? Ritenta che sarai più fortunato. Mi suonano da dietro. Terroni di merda. Sto per accostarmi e mandarli a quel paese quando vedo che a suonare è stata un’Alfa della polizia. Al diavolo la penna. Me lo ricorderò a memoria. Faccio segno di scusa con il braccio e riparto. Prima, seconda, terza e via verso casa. Come si chiamava la via del caseificio?

Persa quell’unica occasione di carpire il segreto dell’anziana zoppa, non mi rimase altro che continuare a tornare a farle visita. Con la stessa solitudine ma sempre in compagnia del rullo di tamburi. Ogni boccone era nettare iniettato direttamente sulle papille gustative. Ogni incisione alla perfezione di quel concentrato di bontà era l’annuncio di un amplesso.
Le zie iniziarono a fare domande sul perché non cenassi con loro. Per evitare di rimanerne soffocato dalle loro rimostranze mi inventai una fidanzata: e fu peggio. Curiosità mista gelosia mi resero insopportabile il soggiorno. Dovetti farmi ospitare da mia cugina e da suo marito. Gente simpatica, per carità, ma il loro divano mi uccideva, giorno dopo giorno, partendo dalla metà esatta della schiena.
Ma non solo. Ovviamente la notizia si sparse per la rete infinita di parenti, tanto che la scusa della fidanzata mi costò addirittura una chiamata da parte di mio padre conclusasi con: -adesso è l’ora di mettere la testa a posto-. Come se ciò non bastasse si era costituito un comitato di zie con l’obiettivo di decidere quale fosse la fortunata. A detta di mia cugina, le grandi sagge si riunivano ogni mercoledì pomeriggio davanti ad un caffè. Si iniziava con il nome di qualche figlia di conoscenti loro per spostarsi in seguito sulle figlie dei conoscenti dei conoscenti. Finiti i nomi iniziarono ad avviare un’attività investigativa. Chiesero a chiunque potesse lontanamente conoscermi, se mi avessero mai visto con una ragazza o simili.




Foto (elle_effe/flickr)


Continua martedì 14 aprile 2009

martedì 31 marzo 2009

Il capotreno 2/2


Foto (Sigmah/flickr)


... segue da martedì 24 marzo 2009

La vedo passare nel corridoio. E’ solo un ombra ma so che è lei. E’ andata in direzione della testa. Mi alzo di scatto e le corro dietro. Nel buio noto che porta una felpa con un cappuccio che le va a coprire la testa.
La seguo. Passa da un vagone all’altro senza perdere terreno. Io trovo le porte già aperte dal suo passaggio e per questo la credo più vicina. Quasi raggiunta. No. E’ sempre alla stessa distanza. Sta per arrivare al primo vagone, di prima classe. Anche qui le luci sono spente. Ho fatto un buon lavoro: tutto il treno è al buio.
Rallento fino a camminare. So che non mi può scappare. Sono all’altezza del primo scompartimento dell’ultimo vagone. La vedo proseguire fino a svoltare alla fine del corridoio. Non si butterà da un treno in corsa. Posso proseguire con calma e riflettere.
Ma niente mi sembra sufficiente a spiegare. I pensieri si accavallano e saltano senza incontrarsi, ognuno per la propria strada indipendenti. Ripenso a tutto il tragitto, a tutte le fermate nelle varie città. Quando può essere salita? Quando il treno apriva le porte io ero lì, a pregare i passeggeri per farli salire sul mio treno. A Firenze? Impossibile. Ho girato più e più volte il treno passando per ogni scompartimento e ogni bagno. Aprendo le porte dove queste erano chiuse. Richiudendole dove erano aperte… così… per sfizio.
Inizio a rendermi conto della possibilità che io sia impazzito ed ora sì che forse ho paura. Mancanza di logica nei pensieri e visioni sono due indizi abbastanza palesi. Mi chiedo così se una volta di fronte a lei avrò superato il punto del non ritorno, se i paradossi si trasformeranno in realtà e tutta la mia vita in un ricordo di altrui proprietà. “Prima di perdere il senno pensa che faceva il capotreno”. “Io l’ho conosciuto, un simpatico ragazzo, anche se già si vedeva che aveva qualcosa di strano”. “Mi dispiace per lui, io l’ho amato sul serio, ma era troppo orgoglioso per fermarsi a capire”. Orgoglioso io? No, si sbaglia.
Mancano pochi passi e perderò la mia vita, il controllo del mio futuro. Mi troveranno a fine corsa rannicchiato in un angolo con i capelli strappati e gli occhi fissi verso un punto, dove penserò essere le labbra di lei.

Se la mente comunica paura a tutti i nervi, paralizzati ed insensibili alle altre sensazioni, il corpo continua a muoversi verso la fine del vagone, gira l’angolo e mette i miei occhi di fronte a quella figura, di spalle, che guarda all’infuori le luci che scorrono. Bloccato, la vedo di fronte a me. Non mi muovo e non parlo. Aspetto che si giri. Sento gli occhi lacrimare per la paura. I nervi si risvegliano al bagnato delle lacrime che scorrono sulle guance, e le sentono cadere sui piedi nudi.
Girati forza. Mostrami il tuo viso. Guardami negli occhi e dimmi che sei reale. Ma non è così. Non si è ancora voltata del tutto e già comprendo di essere alla fine del viaggio. Finiscono tutti i viaggi della mia vita nel vuoto al di sotto di quel cappuccio. Gli occhi sono testimoni della mia follia, anche se la mente continua ad insistere sperando di trovare i lineamenti di lei. La morte… forse la morte sarebbe meglio della follia che mi aspetta.
La morte infatti me la immagino con una faccia, triste, di donna. Complice del destino ma riluttante all’idea di aiutarlo. Rassegnata per il proprio compito mi guarderebbe con occhi secchi per il troppo pianto, ma tristi e quasi bassi. Mi prenderebbe la mano e mi porterebbe via, allontanando l’anima dal corpo pesante e nudo.
La pazzia, invece, la sto osservando ora. E’ senza volto ne consistenza. Non guarda ma viene guardata. Vedi attraverso il suo viso il fondo della tua vita: vuoto come gli scompartimenti di questo treno. Solo come il suo capotreno che, guarda caso, sono sempre io.
Lei, chiunque sia, si muove. Temo per un attimo che mi voglia strappare il cuore e quasi lo spero: un ultimo atto di pietà prima di farmi impazzire del tutto. Non batterà più, così non soffrirò quando verrò isolato nell’angolo della società, proprio di fronte ai senza tetto, alle prostitute malmenate, ai vecchi pronti al grande salto.
Invece no. Non mi sfiora neanche con le dita che vedo affusolate e giovani. Poggia con delicatezza la mano sulla leva del freno d’emergenza e con energia la tira di botto. Tutto nel treno si butta in avanti. L’aria, i rumori, le urla e l’intero mio corpo che lascia sbattere la testa contro il vetro della porta al di là della quale vi è la locomotiva. Cado a terra subito dopo lottando con i sensi affinché non li perda. Sento le macchine ferme, silenziose. Tutto è fermo e silenzioso per parecchi minuti: due, tre, cinque, finché il silenzio non viene interrotto da un treno che ci passa a tutta velocità a fianco, spostando l'aria e l’intero vagone dove sono steso.
Esausto perdo i sensi.

Il capotreno dell’intercity 9450 ha salvato i suoi passeggeri e il macchinista da una catastrofe ormai certa. Vi sono infatti dei lavori, in un determinato tratto del percorso dell’intercity, che obbligano i treni ad alternarsi su un unico binario. Il 9450 proseguiva a tutta velocità, invisibile agli occhi elettronici che, coincidenza o presa in giro del destino, avevano smesso di funzionare. La tragedia era annunciata, se non fosse stato per il freno di emergenza azionato dal capotreno di quel treno fantasma.
I passeggeri hanno raccontato di come il futuro eroe secondo loro sospettasse qualcosa già un’oretta prima dello scampato pericolo. Girava in continuazione per tutto il treno senza chiedere i biglietti, ma cercando un qualcosa trai posti a sedere. In seguito la luce è improvvisamente mancata in tutto il treno, e il nostro strano eroe, il capotreno, è stato sentito imprecare, forse i suoi sospetti trovavano conferma in quell’improvviso black-out. Lo hanno visto sdraiarsi a sentire il rumore dei binari, dicono, e poi sedersi in uno scompartimento a pensare, a piedi nudi. Poi si è alzato per correre verso la testa del treno. Pochi minuti dopo una forte frenata ha salvato tutti.
Come di dovere si è aperta un’inchiesta e gli inquirenti non vedono l’ora di interrogare il capotreno per capire come abbia fatto a prevedere ed evitare la tragedia. C’è già chi parla di preveggenza e chi di sesto e settimo senso, ma le risposte le potremo avere solo dal capotreno stesso, una volta che si sarà ripreso dal lieve shock in cui è stato trovato.

I medici dicono che si riprenderà presto, ma costoro non sanno che mi sono già ripreso e che mi sto allontanando dall’ospedale attraversando porte e corridoi.
Voglio sparire e lasciare tutte le domande di questa storia senza risposta alcuna, per tingere con un po’ di mistero tutto questo paradosso. Andrò verso est, verso l’India. Lì i treni sono differenti da qui: sono talmente affollati che alcuni passeggeri devono sedersi sul tetto durante il tragitto. Ricomincio a viaggiare.




















Foto (_Jer_/flickr)



Fine

martedì 24 marzo 2009

Il capotreno 1/2

Foto (Train Spotting/flickr)


Paradossale. Se fossi uno scrittore mi piacerebbe scrivere un libro sui fatti più rilevanti della mia vita, per rendervi partecipi di tante piccole coincidenze, descrivervele, farvi entrare nel mio mondo: paradossale appunto.
Non riesco a capire come. Forse un dio in cui non credo mi mette via via di fronte a prove inattese, che puntualmente fallisco, e per questo me ne manda altre. Persone e fatti girano intorno a me in una maniera che a leggerla a posteriori non trova discontinuità. Non vi sono salti logici fra le situazioni che mi sono trovato ad affrontare nella mia pur sempre breve esistenza. Così breve che non mi stupirei nel vederla finire tra pochi chilometri, con il mio corpo straziato riverso sui binari, tra cocci di lamiere che si impregnano del mio sangue.
Succede sempre inaspettatamente di morire, penso. Forse lo puoi leggere nei riflessi dei finestrini, quando la tua immagine si estranea della percezione che sempre hai avuto di te. Forse è quello il momento in cui l’anima si prepara per andare altrove. L’immaterialità si congeda dal tuo lato materiale. I pensieri scorrono dimenticando il corpo stanco: proprio quello seduto sui sedili dell’intercity 9450, mentre gli occhi si fissano contemplando il vuoto. Forse oggi sto per morire. Ma sicuramente non sarà colpa di questo treno. Dio, tu che non esisti, fa che il tuo sguardo onnipresente non debba assistere alla fine del mio viaggio tra queste lamiere. Fa che l’ultimo mio respiro avvenga durante un altro tragitto, verso mete lontane, non verso il solito ritorno a casa.
Non qui ma anche adesso va bene. Non trovo motivi in questo passaggio della mia vita per convincermi che valga la pena aver paura. Non cerco il capolinea, ma mi sento pronto all’arrivo.
Mi alzo dal posto finestrino decidendo di fare un giro per il treno: sento che presto scoprirò la ragione di questo nuovo paradosso cui mi trovo di fronte.

Ogni giorno, da Firenze verso Milano, distraendo il silenzio della notte, un treno viaggia a tutta velocità: vuoto. Unico passeggero di questo treno, il mio sguardo cammina attraverso gli scompartimenti desolati in direzione contraria rispetto a quella di marcia. Ad aspettarmi ogni quattro passi vi è sempre la mia immagine riflessa sui vetri dei finestrini. Sono gli schermi che separano chi osserva da chi viene osservato: le luci nelle case dove le famiglie siedono a cena si distraggono a guardare malinconicamente le luci dei vagoni. Io mi limito a salutare quei lontani punti luminosi con un lieve sorriso indifferente, ironico: loro non sanno che il treno trasporta un unico viaggiatore stasera.
Per riempire il tempo di questa mia solitudine vorrei cedere alla tentazione di ripercorrere tutti i viaggi della mia vita: ripensare alle lunghe chiacchierate con persone appena conosciute. Agli sguardi di ragazze e donne cui vorrei strappare una storia, una sola. E allora mi avvicino ad una di loro e le chiedo il biglietto. La interrogo su dove si sta recando, il perché. Da come risponde potrò capire. Risposte stentate: ringrazio e proseguo il percorso. Sorrisi di reciproca curiosità: inizia un viaggio nel viaggio.
Mi parla del suo presente: dei suoi studi e dell’amore per la vita. Di ciò che crede e pensa. Dei suoi timori. Sorride molto e si ferma quando è indecisa. Mi mette quasi a disagio, ma entrambi vogliamo proseguire questo tragitto, fino alla prossima stazione: la sua. Io proseguo fino al capolinea.
Così al momento dei saluti le stringo la mano ed in silenzio la vedo scendere. Un silenzio pesante. Un silenzio che non so spezzare.
Come una maledizione o forse una semplice coincidenza da allora questo treno viaggia vuoto, come se nessuno più volesse condividere con me un tragitto della propria vita.
Tutti di fretta. Avranno preferito muoversi in aereo. Evitano di passare ore a contemplare se stessi. Evitano di dover stare troppo tempo con altre vite, altri problemi: di altra gente ma pur sempre problemi. Così preferiscono la macchina. Percorrono centinaia di chilometri non facendo altro che guardare delle linee bianche alternarsi a momenti di buio. E canticchiano qualche canzone alla radio. Scelgono di essere i conducenti della propria vita dimenticandosi dei piaceri delle vite altrui. Non ci pensano. Viaggiano e viaggiano. Se devono morire preferiscono farlo per un proprio errore, non per una coincidenza del destino. Per un triste scherzo di un dio inutile.
E così adesso mi ritrovo da solo a passeggiare in bilico trai corridoi. All’altezza del vagone numero 6 il treno incrocia un’autostrada. Fiume di fari, vento di anime. Un attimo prima rido, pochi secondi dopo lo sconforto mi invade per l’impossibilità di incrociarmi con altri viaggi: con lentezza e regolarità vengo ucciso dalla noia.

Arrivato alla fine del vagone, tra le due porte di uscita, mi accendo una sigaretta, nonostante mi senta salire un po’ di nausea già dal primo tiro. Ma continuo. Uno dopo l’altro, e le forze mi abbandonano, desidero tornare a sedermi. Spengo la sigaretta con l’acqua del bagno e la butto nel cestino. Mi avvio verso il terzo scompartimento, quello simpatico. Mentre il primo infatti ostenta la fortuna di essere primo e il secondo sfrutta la gloria del primo, il terzo stringe la sua medaglia di bronzo fiero di aver vinto la gloria senza il successo. Umile lui, non fesso.
Una volta entrato mi abbandono su tutta una fila di sedili, togliendomi scarpe e calzini con lo sguardo rivolto verso l’esterno. Sul finestrino, non ci sono più io, ma il resto dello scompartimento riflesso in maniera tale da avere la prospettiva di un bambino, stupito, con lo sguardo rivolto verso l’esterno.
La visuale mi annoia dopo poco. Provo a spegnere la luce per tentare di scrutare il panorama al di là del vetro: cerco atmosfera. Non basta, dal corridoio di luce ne passa ancora e l’effetto specchiato del vetro non svanisce del tutto neanche chiudendo le tende. Mi alzo in piedi dimenticandomi apposta di calzare le scarpe e mi avvio verso la centralina del vagone.
Mi fermo con i piedi uno affianco all’altro. Sento le vibrazioni dell’entità meccanica che si muove sotto di me. Entro in contatto coi motori, coi binari, sto cavalcando l’intero treno come un guerriero di boschi post-nucleari. Stringo l’arco nelle mani, mi guardo intorno: punto. Indice e pollice lavorano di precisione sulla coda della freccia. Mollo la presa e via. Sul vetro della porta interna del vagone ho il riscontro di non aver fallito il bersaglio. La mia gomma già masticata è lì appiccicata giusto nel punto di incontro delle diagonali. Mi avvicino con lenta baldanza. Osservo da vicino il corpo del reato. Una piccola pallina di colore bianco rimane straordinariamente attaccata al vetro nonostante le vibrazioni. Apro la porta con delicatezza, non sia mai la magia dovesse svanire. Osservo lo stesso oggetto da una diversa prospettiva, dall’altra parte del vetro. La porzione di superficie a contatto con il vetro disegna un cerchio sul vetro stesso. La pallina non è più una sfera perfetta: nell’incontro ha mutato forma. Ha sacrificato la propria forma per poter restare attaccata al vetro.
Mi volto per ritrovarmi quasi stupito di fronte alla centralina e ricordo la mia missione. Osservo per pura curiosità il nero raccolto dalle piante dei piedi prima di togliere la luce a tutto il vagone. Poi è finalmente buio.
Con gli occhi non ancora abituati all’assenza di luci forti, mi avvio a piccoli passi verso il simpatico terzo scompartimento dove ho lasciato le scarpe, i calzini e la borsa da capotreno, con dentro il libro che sto leggendo in questi giorni, ma del quale non mi incuriosisce per niente la trama. Apro la porta-bersaglio, faccio un passo e sento qualcosa di umido e appiccicoso tra il secondo e il terzo dito del piede. Bestemmio ad alta voce pensando alla fatica che dovrò impiegare per togliere la gomma da masticare da quel posto del mio piede. Ma l’incazzatura passa dopo pochi secondi. La pallina imperfetta ha deciso di cambiare nuovamente forma, prendendo il calco delle dita del piede. Perché?
I passi successivi sono zoppicanti, nella speranza che non appoggiando il piede al suolo mi sarà poi più facile staccare la cicca. Arrivo allo scompartimento. Attraverso il buio noto l’ombra del mio borsello. Non entro subito, restando in ammirazione della notte. Mi giro di centottanta gradi ad osservare il panorama dal finestrino del corridoio. Il vetro non separa più il dentro dal fuori, il fuori è entrato ed ha invaso tutto il vagone. Anche il rumore delle ruote sui binari sembra essersi attenuato per accogliere la notte. Mi giro e rigiro. Guardo intorno. Bellissimo. La desolazione del vagone non mi è più nemica, ma complice e compagna. Io e il nulla restiamo in contemplazione. Mi siedo direttamente lì dove sono, anzi, decido di sdraiare il mio corpo sul pavimento, con il viso verso l’alto e le mani raccolte sotto la nuca.
Guardo dal buio del pavimento la luce che passa sopra di me. Mi nascondo per non farmi notare, per osservarla indisturbato. La luna, che io ricordavo illuminata nel cielo alla mia sinistra, al di là dello scompartimento, ora sembra aver abbracciato tutto il treno. Forse lo sta sollevando per portarlo verso l’alto, ma sotto di me sento ancora la presenza dei binari. Chiudo gli occhi. Li riapro. Mi rialzo e mi siedo sul divanetto. Entro a far parte delle ombre che hanno invaso il treno. Sono presente tra le case e le loro luci in lontananza, tra le staccionate che si percepiscono appena con gli occhi, ma che sono piantate a pochi metri dai binari. Tutto scorre intorno a me ma io mi accorgo di restare fermo.


Foto (lallatorino/flickr)


Continua martedì 31 marzo 2009

martedì 17 marzo 2009

La trattoria degli dei e degli ideali 2/2
























Foto (Quarat RMX/flickr)


... segue da martedì 24 febbraio 2009


E da quel ricordo si arriva ad oggi. Di anni ne sono passati molti e io mi avvio ad essere sempre più vecchio. Me ne sto seduto qui in disparte, in un angolo buio del ristorante, perché nonostante il nome non sia cambiato, di un ristorante ora si tratta. Ho un piccolo tavolo davanti a me con una sedia sempre vuota dall’altra parte. Osservo la gente che viene a mangiare ma non mi siedo più con loro. Osservo i giovani camerieri che hanno preso il posto che da mio padre passò a me e da me a loro, ma non ne ammiro l’eleganza. Sono ormai disilluso poiché è da molto tempo che qui non entra più nessuno a cercare il proprio destino. Sono spavaldi i nuovi clienti: combattono il tempo con le parole e non si fermano ad ascoltare. Li vedo con facce serie e sicure, mai titubanti di fronte ad una tavola vuota. Parlano e parlano e, quel che è peggio, i discorsi sembrano non essere cambiati da quando in questo posto entravano solo futuri dei.
Ma una sera, dal mio angolo buio, vidi entrare un giovane ragazzo. Camminava con un lieve dondolio ad ogni passo, guardando e osservando inutili particolari intorno a sé. Cercava un lavoro, e mio figlio, il quale si occupa ormai di tutto ciò che riguarda il “ristorante”, lo prese a lavorare senza fare troppe domande. Oggi si viene raccomandati pure per fare il cameriere. Iniziarono strani giorni da quella sera. Passavo il tempo ad osservare il giovane, come si muoveva tra i clienti. Non era elegante nemmeno lui nello svolgere il suo lavoro, ma spesso sembrava ascoltare con interesse i discorsi dei clienti, quello stesso interesse che ponevo anch’io quando, da piccolo, mi sedevo a tavola con i grandi.
Con i giorni e le settimane lo vidi sempre più affascinato da quella gente che mangiava senza un perché. I loro discorsi entravano nella sua piccola testolina di giovane e riempivano ogni spazio disponibile e, a giudicare da quell’aria sperduta che si portava in giro camminando tra i tavoli, di spazio vuoto ce n’era molto. Forse fu per questo che dal mio angolo buio, osservando, mi affezionai a quel ragazzo stupidotto prendendo a cuore il suo destino così fertile agli ideali. Picchiai con delicatezza il coltello contro il bicchiere per attirare la sua attenzione, e quando si girò a guardare da quale parte venisse quel richiamo, gli indicai il posto vuoto davanti a me per potersi sedere.

Erano ormai quasi due mesi che lavoravo in quello strano ristorante. Tutte le giornate e tutte le sere mi presentavo puntuale davanti alla porta di legno ed entravo. La sera uscendo notavo sempre uno stesso gruppo di ragazzi che si riunivano in fondo alla via. All’inizio li guardavo con invidia, per il loro sembrare così spensierati e felici nel passare le sere in quel piccolo vicolo, ma poi col tempo passai a considerarli degli sfaccendati cui la vita, dandogli tutto, nulla gli abbia mai insegnato. Io, al contrario, dentro apprendevo molte cose. Passando trai tavoli non mi lasciavo mai perdere l’occasione per spiare i miei ospiti, ascoltarli e carpire il senso delle loro vite. Grazie alle loro soste per approfittare di un buon pasto scelto dal ricco menù, conoscevo il riassunto del mondo al di fuori. Viaggiavo con loro nei posti da cui erano appena tornati oppure mi intromettevo nei loro discorsi senza aprire bocca. Sempre però rimanevo affascinato dalla certezza che mostravano nel percepire il mondo e per questo mi riusciva difficile confutare i loro ideali come invece avevo fatto con mio padre quell’ultima volta.
Ciò che rendeva veramente strano quel posto, oltre a delle vecchie foto appese, raffiguranti gente sconosciuta, era un anziano signore che mai ho visto in un luogo diverso da dove soleva sedere. Con le braccia poggiate sull’addome ed una gobba appena accennata, sembrava aspettare la visita di qualcuno da un momento all’altro: prova ne era la sedia vuota lasciata all’altra estremità del tavolo. Così come lui non lo si poteva mai vedere se non seduto al suo posto, anche la sedia non poteva mai essere utilizzata da alcuna anima viva. Per questo potrei dar ragione a suo figlio quando dice che il vecchio aspetta che lì si sieda la morte.
Ma non fu la morte a sedervi, almeno che non sia io la morte stessa. Un giorno infatti mi capitò di essere chiamato da quell’anziano signore ad occupare il posto davanti a lui. Stavo preparando i tavoli per l’imminente apertura quando sentii il rumore che l’acciaio fa contro il cristallo, lo stesso che si sente nei film quando si vuole richiamare l’attenzione in previsione di un discorso: solitamente l’occasione è un matrimonio. Mi guardai in giro per vedere se qualcun altro l’avesse notato e incappai nello sguardo del vecchio che, sollevando quella sua pesantissima mano, mi indicò la sedia vuota davanti a lui.
Mi avvicinai con calma ma con enorme curiosità. Che cosa voleva mai quell’uomo da me? Forse rimproverarmi per qualcosa di fatto male: non credo, penso di essere uno dei migliori là dentro nonostante la poca esperienza.
Dalla sua espressione saggia, data dall’immobilità del suo sguardo, mi chiesi se non fosse lui il destino che stavo cercando. Considerandola una possibilità neanche troppo remota iniziai a pensare bene alla struttura delle domande che gli avrei fatto e al giusto ordine con cui porle. Come un saggio di una foresta mi avrebbe accolto ed illuminato sul destino degli abitanti di questa città, e del paesello soprattutto. Semmai la sua rivelazione avrebbe risolto il problema di tutti gli esseri umani, ed io mi avviavo ad essere il prescelto.
Mi sedetti infine, ed aspettai di sentire la voce del vecchio saggio.

“Ci fu un tempo qui in cui passavano solo cavalieri per abbeverarsi e mangiare alla mia tavola. Le loro soste mai erano prive di parole corrette. Mai si abbandonavano al silenzio una volta che i loro stomachi fossero pieni di un caldo pasto e di un buon vino. Io li vedevo in quell’atto ed ascoltavo con umile attenzione le loro storie. Erano storie di guerra, storie di coraggio, nato dalla forza dei loro ideali. Gli uomini sconfiggono qualsiasi paura con gli ideali perché la paura più grande è la vita vuota data da una morte inutile.
“Quei cavalieri entravano sotto mentite spoglie, con baffi e barbe folte a nascondere la purezza della loro pelle. Sporchi e con vestiti stracciati per distogliere l’attenzione dai loro occhi, perché, devi sapere giovane stupidotto, che quei cavalieri altro non erano che dei. Dei scesi in terra per guidare dei fortunati uomini verso una degna morte, che concedesse loro l’ascesa verso il regno dell’immortalità.
“Ma adesso, ragazzo mio, non più questo suolo sarà calpestato da gente di cotanta grandezza e magnificenza, poiché di cavalieri così se ne incontrano con difficoltà e certo mai penseranno di passare in questo luogo. Ormai, da oasi di ristoro per dei e semidei, questi tavoli non son diventati altro che pezzi di legno senza vita, celati nella loro miseria da stupide tovaglie. Sui loro piani vi mangiano i figli di quegli uomini ma che a quegli uomini non assomigliano affatto. Parlano anche loro di guerre e di coraggio, ma senza cognizione di causa. Anche loro rivolgono agli ideali come punto di massima ispirazione, ma senza conoscerli. Si credono dei, ma sono servi di loro stessi.
“Tra le loro parole si intervallano solo morsi voraci alla carne servita loro nel piatto. Le loro dita non più di sangue proprio sono macchiate, ma di sangue di povere vittime sacrificate al loro sentirsi immortali. Mangiano e non si saziano. Mangiano e ingrassano senza mai scoppiare. Se resti qui ragazzo mangeranno anche te, perché non anno pietà. Ti leveranno l’anima come hanno fatto con tutto ciò che li circonda, con immagini di ideali destinate a cadere al primo soffio di una grande tempesta. Fuggi. Scappa. Come te lo devo dire, stupido fanciullo, vai via prima di non ricordarti nulla di ciò che ti ha insegnato tuo padre”

Il racconto funzionò. Il ragazzino si alzò senza scostare lo sguardo dai miei occhi e corse verso la porta di legno. Spero di non averlo spaventato troppo in quella occasione: non pensavo che le parole di un vecchio, seppur arricchite di tanti eufemismi, potessero avere un effetto così grande. Il ricorso alla mitologia di sicuro mi ha dato un sostanzioso aiuto. Cavalieri, guerre, dei: ancora adesso mi sorprendo da solo di tanta fantasia, non è affatto facile alla mia età. Ma il colpo di grazia penso di averglielo dato menzionando suo padre: lo avevo letto negli occhi il suo rispetto per il padre, così simile al mio.

Uscii correndo, ma correndo felice. Le parole del vecchio si erano rivelate più che profetiche: erano le risposte che cercavo. Nulla più mi perseguitava. Ero più leggero che all’andata.
Arrivai però solo all’angolo in fondo al vicolo perché lì mi fermò un qualcosa od un qualcuno travolgendomi. Caddi a terra e subito riaprii gli occhi per conoscere la causa di quella interruzione. Misi a fuoco non senza un lieve astio per colui o per quel qualcosa che aveva fermato la mia corsa verso la libertà. Al posto della strada che incrocia il vicolo vidi in effetti un piccolo furgoncino, con alla guida un ragazzo che mi guardava con un espressione abbastanza sconcertata più che spaventata. Lo sportello posteriore si aprii per lasciare affacciare una graziosa ragazza che con un cenno della mano seguito da alcune parole mi invitò a salire. Mi sollevai ed entrai con fatica nel furgone. Dentro era pieno di altri ragazzi ancora mentre una cartina dell’Europa sulla quale mi ero appena seduto, mi fece capire che la corsa non era interrotta, ma stava giusto per cominciare.























Foto (Eric Perrone/flickr)



Fine

martedì 10 marzo 2009

La trattoria degli dei e degli ideali 1/2


Foto (::Ebro::/flickr)


In un vicolo sperduto di una città di cui non voglio fare il nome, si trova uno strano ristorante. Solo una porta di legno indica la sua presenza. Su questa porta vi è inciso il nome di questo particolare luogo: “Trattoria degli dei e degli ideali”. Io vi entrai in una serata di fine Luglio, quando il caldo del giorno smette di tormentare i passanti ed una debole frescura porta con se gli odori dell’estate. Avevo percorso svariati chilometri per arrivare fin qui, a chiedere lavoro, con la certezza di trovarlo. L’indirizzo me lo aveva dato il notabile del paese dal quale provengo: il proprietario è un suo amico di vecchia data.

Neanche del mio paese natale vi dirò il nome, ma vi basti sapere che è sperduto tra ruvide montagne, isolato dal mondo e arido di giovani. I suoi abitanti non saranno più di una cinquantina, tutti però accomunati da un unico grande segreto. Certamente vi verrà difficile comprendere come un segreto possa essere tale se condiviso da un intero paese, ma basta pensare ad un omicidio, in casa vostra. Tutta la famiglia assiste alla morte violenta di un ospite, un conoscente. L’assassino è uno di voi, sapete il suo nome ma vi vergognate a pronunciarlo perché di quell’omicidio siete complici: non lo avete fermato nella sua premeditazione né nel suo svolgimento. Tutti, in famiglia, vi trovate da un momento all’altro a condividere il peso della morte di un uomo. Ebbene, nel mio paesello, quell’uomo si chiamava libertà.
L’assassino è una persona di cui già vi ho parlato. Si tratta infatti di quel notabile il cui amico gestiva e, sono sicuro, gestisce tutt’ora il ristorante nel vicolo. In paese è sempre stato chiamato, dacché io ricordi, l’Avvocato, per via di un suo ritenersi tale. Ma di chi fosse avvocato nessuno sembra se lo sia mai chiesto. Si svegliava la mattina non troppo presto, e sempre con sconcertante puntualità, ritirava dal ciglio della sua porta la cassa d’arance che mio padre lasciava appositamente per lui, e rientrava in casa. Lì vi restava per un’oretta dopodiché usciva per fare i suoi giri. Entrando nelle case della gente senza bussare poiché si sentiva il proprietario. Là si intratteneva con discorsi sempre nuovi ma già sentiti sui recenti fatti nazionali, e andando di casa in casa controllava in qualche modo il suo potere. Infine, cascasse il mondo, passava per la casa dei miei genitori. Alle quattro. Ogni giorno. Qui lo attendeva mia madre, la più bella donna del paese, nonché la sua amante. Mio padre, che, qualora non lo abbiate capito, di mestiere faceva il fruttivendolo, era a conoscenza di questo fatto, ma è sempre riuscito a dissimulare il dolore, sempre che ne abbia mai provato.
Infatti il fruttivendolo del mio paese era un uomo gioviale, sempre allegro ma soprattutto calmo. Cadessero meteoriti infuocati dal cielo lui riusciva sempre a tenere la sua ormai proverbiale calma. Non so dove trovasse quella forza, ma ho sempre pensato di essere stato io, suo figlio, il motivo di tanta caparbia tranquillità. Eppure, come avrete intuito, i problemi non gli mancavano. Oltre alle già menzionate corna che si portava in giro per tutto il paese, era indebitato fino al collo, come tutti gli abitanti del paesello, del resto. Con chi fosse indebitato è un segreto che non mi sento di svelare apertamente, forse per un ingiustificato rispetto nei confronti dei miei ormai vecchi compaesani. Non è certo difficile da indovinare ma, qualora intendeste, non pronunciatelo, siate complici anche voi, un pochino.

Mio padre si era indebitato principalmente per me, per farmi studiare. Per mandarmi nella Capitale a seguire l’università e, una volta laureato, non tornare mai più in quel luogo che mi ha visto nascere e crescere. Sempre ricorderò i suoi infiniti discorsi su ciò che l’istruzione può dare. Tra tutto, la parte che provocava maggiore passione nelle sue parole, se di passione si potesse parlare, era quella riguardante gli ideali. Mio padre era un convinto sostenitore degli ideali. Non concepiva la vita senza ideali. Sempre, interpellato su un qualsiasi argomento, soleva rispondere con una massima, un detto, un suo personale pensiero. E nei nostri discorsi mi esplicava il suo ragionamento secondo il quale una maggiore istruzione porta ad avere maggiori e più forti ideali.
Nella mia personale percezione della realtà, ero abituato a pensare il fruttivendolo e l’Avvocato uno come padre quale era e l’altro come patrigno, perché dovete sapere che in effetti si comportava come tale: ostentava uno strano interesse per tutto ciò che facevo, dalle letture ai voti a scuola e in seguito all’università. All’interesse affiancava consigli che secondo lui mi avrebbero reso un vincente, un qualcuno con un futuro ricco, sempre però all’interno del paese.
Tra queste due campane sono cresciuto negli anni e il considerare anche l’Avvocato uno di famiglia alla fine mi venne più che mai naturale: si contrapponeva a mio padre in ogni sua maniera di essere o di fare, ma la sua costante presenza gli faceva aggiudicare automaticamente un posto nel mio cuore. Anche se lo odiavo.
Come, infatti, non poter odiare un uomo che vive sul lavoro altrui, ama una moglie non sua e parla grazie al silenzio degli altri? Lo odiavo ma lo avevo in casa. Non potevo fare nulla per evitarlo. Nessuno può scegliersi i genitori o i fratelli, i nonni o gli zii: te li affibbiano alla nascita insieme al nome e fino ad una certa età non puoi sfuggire loro. L’Avvocato era il mio parente scomodo. Era il nome che disgustavo ma che mi faceva voltare ogni volta che veniva pronunciato.

La mattina in cui mio vero padre saltò in aria io ero sdraiato sul letto leggendo un libro per un esame. Tornato da poco dalla Capitale nelle mie intenzioni c’era il desiderio di passare l’intera estate al paesello e, per non essere costretto a lasciarlo per dare gli appelli di Luglio, avevo già deciso di lasciarmi tutti gli esami a Settembre. Sono sempre andato bene con lo studio, mi viene facile, e per questo non mi preoccupava affatto rimandare di un paio di mesi tutti gli esami. Poi volevo stare al paesello, tra la mia gente, tra i miei genitori, nella mia camera, sul mio letto.

Lo sentii fischiettare mentre si preparava, mio padre. Usciva con sicuramente la cassa di arance per l’Avvocato già tra le mani e in seguito sarebbe andato a sbrigare le solite commissioni. Qualche sera prima avevamo discusso pesantemente. Era la prima volta che rispondevo a mio padre, che colpivo per ferirlo. Mai, prima di allora, ne avevo avuto infatti il coraggio. Quando fermai il pericoloso flusso di parole, lui si alzò dal tavolo da pranzo e si chiuse in salotto, per uscirne solo più tardi ed andare in garage.
Per tre giorni non si fece vedere in giro per casa. O stava fuori in negozio e sbrigando commissioni, o in garage ad armeggiare con ancora non sapevamo cosa. Il suo fischiare arrivò dunque inaspettato. Mi lasciava piacevolmente colpito perché pensai fosse uscito indenne dal mio attacco frontale. Quasi mi stavo per alzare e scambiare qualche parola con lui, ma rimandai tutto alla sera stessa, con più calma ed approfittando di una migliore atmosfera.
Ovviamente l’occasione non ci fu. Saltando in aria mi lasciava solo col ricordo di parole dette e mai spiegate. La bomba l’aveva preparata lui per esplodere a comando, almeno così dissero in paese. La polizia non fu chiamata ad investigare. Meglio, fu pensato, continuare a tenere i fatti del paese all’interno del paese stesso. Eravamo come dieci o cinquanta piccoli indiani.
Secondo le fonti raccolte dalle voci, mio padre avrebbe voluto appostarsi all’angolo ed al momento giusto avrebbe premuto un pulsante. L’Avvocato sarebbe morto portandosi nella tomba l’odore della polvere da sparo mischiato con quello delle arance. Sicuramente ciò che più attraeva mio padre di tutto il piano era la spettacolarità di questo passaggio. Sicuramente non si aspettava di giustiziarsi pochi passi prima della porta d’entrata dell’Avvocato, ma deve aver accettato l’idea con la sua classica tranquillità: me lo immagino nei suoi ultimi secondi di vita con un calmo sorriso sulle labbra, come a voler prendersi gioco del destino che tanto gli ha tolto in vita e persino in morte. A me resta la certezza che mio padre abbia tentato di diventare giudice e boia di quell’uomo per liberare me dal desiderio di vendetta.
L’idea della vendetta mi era cresciuta dentro durante l’anno lontano dal paesello. Pensavo di tornare un giorno e sistemare tutto, come non lo so, ma avrei fatto il possibile per mettere a nudo il colpevole. Queste le parole che dissi a mio padre la famosa sera. Questo il motivo che lo spinse a quel gesto. Ma i panni si lavano in famiglia, e per lui da quella pazza famiglia paesana dovevo restarne fuori.

Lasciai il paese pochi giorni dopo, con il sorriso di mio padre nei ricordi e con l’indirizzo datomi dall’Avvocato nella tasca sinistra dei pantaloni. Non desideravo più studiare, almeno credo, ma ciò che volevo era andare in cerca del destino, con mille domande da fargli una volta incontrato.

Alla “Trattoria degli dei e degli ideali” tutti cercavano il proprio destino. Entravano con la scusa di un piatto di pasta e fagioli ed uscivano rincuorati nel non sentirsi più soli. Le loro facce nell’attesa del primo ed unico piatto, pasta e fagioli appunto, mostravano l’animo di uomini persi, abbattuti da ciò che restava fuori dalla porta di legno. In silenzio ammazzavano l’attesa mangiucchiando pezzettini di mollica staccati dalle fette di pane lasciate appositamente sul tavolo, ma quando la prima cucchiaiata entrava nel loro corpo riacquisivano il colore della speranza, non il verde, sto parlando di un rosato che diventa rosso in prossimità delle guance. Certo anche il vino dava una mano, ma, un po’ per lode e un po’ per convinzione personale, la maggior parte del merito era dovuto alla cucina di mia madre. La vedevo indaffarata su quel pentolone riscaldato dal fuoco dell’unico fornello, e girando con un mestolo di legno osservava la sua opera per poter infine urlare la buona riuscita. Mio padre accorreva a prendere i piatti e a distribuirli ai commensali e fin quando non potetti dargli una mano, rimanevo ad osservarlo dal basso, imitandolo quasi per burla, ma affascinato in realtà dalla sua eleganza. Una volta serviti i tavoli entrambi i miei genitori si sedevano chi in una tavolata chi nell’altra, ed io, sempre per imitarli, andavo a prendere posto tra altri commensali. Rimanevo lì senza prendere sonno ma ascoltando attentamente le loro parole. Fu per questo, credo, che la prima parola che imparai a dire non fu mamma e neanche pasta e fagioli, bensì libertà.
Di libertà si parlava infatti alla “Trattoria degli dei e degli ideali”: del più nobile degli ideali. Lo si poteva respirare nell’aria insieme all’odore di vino, oppure lo potevi udire tra il suono del cucchiaio contro il piatto e un brindisi improvvisato. Ma nessuno la pronunciava. Tutti parlavano di essa ma nessuno osava pronunciare il suo nome per intero, quasi a temere di sciupare con la lingua questo bene prezioso.
Io fui il primo a pronunciarla, così vuole la leggenda, in un attimo di silenzio. Dissi “Libertà” e tutti si girarono a guardarmi. Presero a ridere e a brindare perché lo pensarono un buon segno, anche se ne morirono ancora molti in seguito e senza avere la fortuna che toccò a me.
Mio padre li osservava uscire e ogni sera perdeva ore nel salutarli. Quando il giorno dopo arrivava la notizia che un altro commensale era morto, mio padre commentava dicendo che il cielo si stava riempiendo sempre più di dei, perché solo un dio ha l’onore di morire per un ideale. E si chiedeva fino a quando sarebbe durata: io posso rispondergli che durò fino al giorno esatto della sua morte. Il destino spesso sa essere molto ironico.























Foto (LipsVago/flickr)


Continua martedì 17 marzo 2009

martedì 3 marzo 2009

Il latitante 2/2


Foto (Bytho/flickr)



... segue da martedì 24 febbraio 2009

Fitta. Spalanco gli occhi. Sento un bip impazzito. Quanto tempo è passato? Non sono ancora in ospedale. Fa sempre freddo e il movimento irregolare dell’ambulanza mi fa venire voglia di vomitare. Lo sento che sale. Sento qualcosa salire dallo stomaco attraverso la gola. Si blocca a metà, proprio quando gli mancava poco per uscire. Soffoco. Non entra aria. Manca aria. In tutta l’ambulanza non c’è un grammo d’aria per i miei polmoni. Come fate a respirare voi dall’altra parte? Mi guardate e respirate. Svelatemi il segreto. Insegnatemi nuovamente a respirare. Sento che soffoco. Aria. Aria. Aria.
Ne sento nuovamente il sapore. Passa e riempie i miei polmoni provocando dolore. Ma respiro. E’ dolce sulle labbra al suo passare, ma tremendamente amara nel riempire il petto.
E’ dolce come le parole di lei. Quella volta al mercato. Successivamente in un bar, con le tovaglie rosse. Parlava e parlava come se mi avesse conosciuto da una vita. Parlava e pian piano mi svelava il significato di ogni simbolo. Attento leggevo i suoi occhi con sempre maggiore chiarezza. Capivo dov’era il dolore, dove la felicità. Ogni parola si inseriva in un puzzle vuoto del mio stomaco. Ogni gesto aumentava la voglia di possedere il mistero celato al di là del sarcofago.
La cercai con sempre maggiore voglia delle sue parole. Quando era il mio turno per pedinarla lei scendeva e andavamo lontano. Passeggiavamo per il molo del porto. Parlavamo e parlando mi baciò.

Perché? Perché fa così male? Di nuovo fitte interminabili al petto. Più forti di prima. Il cuore. Lo sento. Non vuole più soffrire. Basta con questo dolore. Fa male. Stramaledettamente male. Un battito. Un bacio di lei. Un altro. Battiti e baci. Carezze e dolore. Come potrò gioire per aver raggiunto la felicità se di mezzo c’è il dolore. Forse è il momento di andare. E’ il momento di parlare al mio corpo e prendere insieme una decisione. Non posso più aspettare che sia lui a scegliere il momento. Gli dico di smettere. Smetti di soffrire. Come puoi reggere a tutto questo? Come puoi?
Il bip ha ricominciato ad impazzire. Il movimento si fa più confuso intorno a me ma non sono più nell’ambulanza. Mi portano in giro per i corridoi. Le luci cambiano di continuo. Luce. Ombra. Luce. Ombra. Luce. Ombra. Sono i fari delle macchine che passano mentre lei mi parla di suo marito. Del ritorno di lui. Del fatto che non può scappare. Non vuole. Non può lasciarlo solo. Lui l’ha tolta dalla miseria in cui viveva. Dall’infamia. L’ha rapita per portarla con se. Le ha dato una vita. L’ha trattata da regina. Lui, tanto crudele dal di fuori, era il suo angelo custode. Lui che tante vite ha stroncato, le ha regalato la propria. Le sue mani sporche di sangue tornavano a casa linde. L’odore di polvere da sparo profumava ad incenso. I calli di tanta violenza difendevano quegli occhi dai ricordi di una vita di sofferenza.
Ed io? Io non potevo fare nulla. Non ero in grado di rompere quella catena. Non potevo più vederla fino a che suo marito si fosse trattenuto in città. Dovevo allontanarmi da lei. Dovevo aspettare, in macchina, sotto casa sua, senza pensare.
Ma il pensiero non si ferma. E’ un pozzo in mezzo ad un cortile. Ci giri attorno. Lo guardi da lontano e senti il desiderio di specchiarti nelle sue acque. Allora ti avvicini con calma, cercando un punto sicuro per attaccarti. Allunghi il collo goffamente fino a quando dalle profondità di quel pozzo spunta il tuo viso. Allora rimani a contemplarlo. Nei tuoi occhi noti i suoi. Li vuoi raggiungere. Li devi raggiungere. Desideri toccarli e allunghi le mani. Sono i tuoi occhi quelli. Hai diritto a toccarli. Li puoi raggiungere senza perdere l’equilibrio, senza cadere nel pozzo.
Ma il pozzo era profondo e io vi caddi dentro. Mi abbandonai alla caduta. L’aria mi passava tra le dita, mi asciugava il sudore. L’aria che passava tra i capelli era un sollievo: smisi finalmente di pensare, mi chiedevo solo come sarebbe stato l’atterraggio. Uscii dalla macchina e raggiunsi correndo il suo portone. Le citofonai, per dirle non sapevo cosa. Mi sarei spacciato per un postino. Una raccomandata. Bastava una firma della signora, se poteva scendere un momento. Ma la signora non rispose. Solo suoni muti dall’altoparlante. Riprovai con maggiore insistenza, ma niente.
Tornai alla macchina deciso ad andarmene. Avrei percorso chilometri all’impazzata per non pensare a lei. L’asfalto avrebbe vibrato sotto il peso della mia follia che passava ad alta velocità. Ma quando sarebbe arrivato il fondo di questo pozzo?
Un passo dietro l’altro e attraversai la piazza. Giunto quasi alla macchina mi voltai verso il portone. Qualcosa stava accadendo. Sperai fosse lei che correndo cercava le mie braccia. Speravo di cadere in acque morbide. Invece mi trovai in mezzo a svariate auto della polizia. Beppe uscì da una di queste: “Si entra, lui è qui!”.
Corsi insieme agli altri verso il portone. Su per le scale. Di corsa. Ogni scalino mi avvicinava a lei. L’avrei rivista. L’avrei rivista e saremmo stati assieme. Immaginavo già il suo abbraccio, il suo sorriso, i suoi occhi per me.
E se non fosse andata così. E se nel vedermi arrestare suo marito si fosse spaventata. Se non mi avesse abbracciato ma, restando in un muto silenzio, mi avesse ucciso con lo sguardo. E se neanche lo sguardo.
Altri scalini. La mente occupata a pensare al momento dell’incontro. Momento dolce. Momento freddo. Ma pur sempre l’avrei incontrata. Le avrei parlato. Qualsiasi cosa sarebbe successa le dovevo parlare. Per spiegarmi. Per convincerla. Per farle capire. Per sentirmi di nuovo parte di lei, dei suoi occhi.
Ma non le parlai. Solo lo sparo. Solo gli ultimi secondi di caduta.

Sono stanco. Stanco. Lo sento nei muscoli, nelle ossa e finalmente arriva anche al cervello. Il dolore sta passando: lo sento già più lontano. Mi hanno spogliato. Mi stanno aprendo. Parlano. Il cuore tocca l’aria, vuole volare. Non tornerà più a soffocare nel mio corpo. Non ho forze ma mi muovo. Alzo il braccio. Guardo il polso. Il tatuaggio non c’è più. Qualcosa cambierà.

























Foto (Towa-to/flickr)



Fine

martedì 24 febbraio 2009

Il latitante 1/2


Foto ([G]hostdog/flickr)
Modello (darkeemo/myspace)

Perché non hai mirato il cuore? Perché così vicino ma non abbastanza? Così fa male. Muoio di dolore. Mi manca il fiato ma ho voglia di urlare. Sono steso a terra. Morbida terra come fossero lenzuola. Il dolore mi assale. Grido… no, non ci riesco. Un flebile colpo di tosse: sento il sangue scorrere sulle mie labbra
Potevi almeno finirmi. Vorrei si avvicinasse a me per guardarla un’altra volta negli occhi. Vorrei mi puntasse alla testa la stessa arma che ha puntato al petto. “Spara”, le direi. Ferma questo mio ragionare sopra il dolore. Impulsi alla velocità della luce arrivano al cervello, bussano. Impulsi dolorosi come fossero ricordi. Impulsi di qualcosa che brucia, una fiamma vicina. Dolore. Il fuoco brucia dentro. Pian piano si espande: lo sento sulla pelle.
Mi ritrovo di colpo lasciato, in balia di me stesso. Respiro a fatica. Muoio. No, la morte non arriva ma quasi la desidero. Ti porteranno lontano da me. Non mi vorrai più vedere. Che senso avrà la vita allora. Meglio morire. Per mano tua.
Sento rumore intorno a me. Altri colpi di pistola. Beppe grida. Altri entrano. Passi. Piedi. Ancora urla. E io non sento niente. Non sento Beppe che mi dice di resistere. Lui dice che non è niente, ma io sento il dolore. Dice che passerà, ma io non vedo la fine. Mi incoraggia tenendomi la mano. Ma fa troppo male. Non voglio più resistere. Beppe sì, vuole che io resista. Perché?
Ora mi porteranno all’ospedale. Accanto a me appoggiano una barella: non l’avevo mai vista da così vicino. Un po’ di movimento. Non capisco cosa succede ma mi sento sollevare. Due sconosciuti portano il mio corpo stanco, ormai inutile. Non vedo le loro facce, non le distinguo, ma non importa. Niente ha più importanza adesso. Potrebbero lasciarmi qui che non cambierebbe nulla. Su questo pavimento. In questa casa. Vi ringrazio ma aspetterò la morte da solo, perché ora sono solo.
Fuori fa freddo, ma lo sopporto. Il freddo mi ha fatto compagnia negli ultimi tre mesi. Un freddo inspiegabile. Umido che ti entra nelle ossa. Stai ad aspettare in una macchina ferma, al buio perché è vietato accendere qualsiasi fonte di luce. Motore spento. Il calore di una tazza di caffè è il massimo sollievo che ti può offrire la serata.
E intanto vedi le facce. Facce passano per la via. Non ti vedono ma tu le scruti. Le giudichi. Cerchi di catalogarle nella tua testa finché non ti chiedi tu dove ti collocheresti. Chi sei? Più simile al signore che alle undici e mezza porta fuori il cane o più in sintonia con quello che cerca una donna a pagamento per passare anche la prossima ora. Bastano tre mesi per finire in mezzo a loro, del tutto: diventare uno di loro.
Mi chiedo cosa mi potrebbe salvare dal mio giudizio. Forse la divisa. Non quella di ordinanza, ma quella cucita a pelle. A casa la sera mi tolgo i vestiti e vedo riflessa allo specchio quella divisa. Non è il mio corpo. E’ il corpo di un poliziotto. Una matricola stampata sul polso indica cosa sono. Giovanni Di Bella, nato nel ’79. Nubile ma felicemente fidanzato. Una ragazza bellissima di nome Carmela.
Una ragazza che ho abbandonato nel tentativo di cancellare quel tatuaggio dal polso.

Dicono che quando stai per morire ti passi tutta la vita davanti. Ma a me vengono in mente solo ricordi tristi. Arranco nel dolore ed incontro solo altro dolore. Mi vengono in mente le urla di Carmela quando le dissi che me ne andavo via. Quando non ottenne risposte ai suoi perché. Ma quali risposte potevo darle? Non si può giustificare la rinuncia a sette anni di convivenza con uno sguardo di una sconosciuta. Non potevo dirle che non sopportavo più quello che avevo costruito in tutta la vita. Sarei impazzito nell’ammettere davanti ad un’altra persona di sentirmi imprigionato in me stesso. Per questo scappai. Attraversai quella porta per l’ultima volta nella mia vita. Giù per le scale, fuori dal portone, camminando verso la macchina. Durante tutto il tragitto mi sentivo perso. Per la prima volta nella mia vita.
Piansi di solitudine. A casa di Beppe controllai il tatuaggio sul polso e lo vidi sbiadito. Qualcosa si muoveva. La sera successiva andammo a ballare. Controllai una ad una le facce. Cercavo con disperazione uno sguardo impossibile da catalogare. Uno sguardo come il suo. Occhi tristi, melanconici, ma fieri.
Lo sguardo che cercavo quasi con disperazione era lo sguardo della moglie del latitante. Della donna sotto la quale casa ho vissuto per tre lunghi mesi. L’avevo incontrata una volta per sbaglio nel tabacchino all’angolo. Avevo incrociato i suoi occhi, mi ero fermato davanti al loro riflesso. Non riuscivo a comprenderli, non li avevo mai visti prima.
Gli occhi di quella donna divennero presto per me come un sarcofago ricco di incisioni incomprensibili ma affascinanti per la saggezza che dovevano portare con sé. Dentro vi erano sepolti i misteri di un grande faraone. Lì dovevo arrivare perché lì si trovava la soluzione al grande malessere che quegli stessi occhi avevano provocato. Prima ero solo una delle tante facce. Una maschera vagante tra tante maschere. Dopo aver conosciuto i suoi occhi iniziai a capire chi fossi, perché stessi là.
Fu la serata passata in discoteca con Beppe a darmi il segnale. La mattina successiva, come guidato da quello sguardo andai sotto casa sua. Entrai in macchina di Alberto, che era di guardia. Parlammo un po’. Gli chiesi come andava. Poi il silenzio. Lei uscì dal portone alla solita ora ma aspettai a metterla a fuoco. Aspettai per la paura che tutto fosse solo una lieve allucinazione. Che non fosse lei l’antidoto. Temevo di essere veramente perso. Poi decisi di guardarla. Aprii gli occhi e mi concentrai sul suo sguardo. Cercai di memorizzarlo tutto per decifrare in seguito gli ideogrammi delle sue pupille. La guardai intensamente e lei si accorse di me. E fummo i soli ad entrare in contatto quella mattina in quella piazza. Alberto non si accorse di nulla. I passanti passavano. Senza notarci.

Ho sempre pensato al giorno del mio funerale. Alle persone che davanti alla bara piangono e pensano a te. Lei non ci sarebbe al mio funerale, ma passerebbe qualche anno più tardi per salutare la mia tomba, per avere un ultimo attimo di intimità con me solo. Leggerebbe l’epitaffio e nel passare una ad una quelle lettere capirebbe l’importanza di ciò che è stata per me. Piangerebbe davanti a quelle parole.
Le parole però... quali parole? Non posso andarmene così senza decidere le mie parole. Le sceglierebbero gli altri per me. “Morto per servire la patria”. No. Questo mai. Vi prego. Non fatemi morire in divisa. Non seppellitemi insieme ad un tricolore di cui non comprendo più l’importanza. Sono morto per lei. Diteglielo. Come potrò comunicare con lei se sulla bara non saranno scritte le mie parole.
Con lo sguardo cerco Beppe. Giro la testa. Bloccata. Non si muove. Gli occhi! Li apro e li muovo. Alla mia destra trovo il mio amico: tutt’attorno è l’interno dell’ambulanza e seduto al mio capezzale c’è lui. Gli si illumina lo sguardo nel vedermi aprire gli occhi. Lo guardo. Provo a parlargli. E’ una cosa urgente. Devo dirgli di non far scrivere nulla sulla mia bara. La voglio vuota. Lo guardo ancora ma è inutile. Non riesco a parlare. Richiudo gli occhi e mi immergo nuovamente nel mio dolore.
“Morto dopo esser stato felice”. Questa è una frase che un morto vuole lasciare a chi gli è stato accanto! Per dire a Carmela che esiste la felicità anche al di fuori delle maschere di tutta una vita. Per dire a Beppe di cercare altrove: io sono stato felice perché sono fuggito da quella divisa che ci accomuna. Per parlare un’ultima volta con lei.
Ma in effetti la morte smentirebbe quelle parole. Felice sì, ma morto. Come il famoso vincitore della lotteria che morì il giorno dopo la vincita. Comprereste il biglietto sapendo che potrete gustarvi la vittoria per un solo giorno?
“Morto perché è stato felice”. Così suonerebbe il tutto. Li spaventerei tutti. Fuggirebbero dal ciò che sono stato. Avrebbero paura di tornare sulla mia tomba. Mi lascerebbero solo per l’eternità, non volendo neanche portare con se il ricordo del mio atto di eroismo.





Continua martedì 3 marzo 2009