martedì 17 marzo 2009

La trattoria degli dei e degli ideali 2/2
























Foto (Quarat RMX/flickr)


... segue da martedì 24 febbraio 2009


E da quel ricordo si arriva ad oggi. Di anni ne sono passati molti e io mi avvio ad essere sempre più vecchio. Me ne sto seduto qui in disparte, in un angolo buio del ristorante, perché nonostante il nome non sia cambiato, di un ristorante ora si tratta. Ho un piccolo tavolo davanti a me con una sedia sempre vuota dall’altra parte. Osservo la gente che viene a mangiare ma non mi siedo più con loro. Osservo i giovani camerieri che hanno preso il posto che da mio padre passò a me e da me a loro, ma non ne ammiro l’eleganza. Sono ormai disilluso poiché è da molto tempo che qui non entra più nessuno a cercare il proprio destino. Sono spavaldi i nuovi clienti: combattono il tempo con le parole e non si fermano ad ascoltare. Li vedo con facce serie e sicure, mai titubanti di fronte ad una tavola vuota. Parlano e parlano e, quel che è peggio, i discorsi sembrano non essere cambiati da quando in questo posto entravano solo futuri dei.
Ma una sera, dal mio angolo buio, vidi entrare un giovane ragazzo. Camminava con un lieve dondolio ad ogni passo, guardando e osservando inutili particolari intorno a sé. Cercava un lavoro, e mio figlio, il quale si occupa ormai di tutto ciò che riguarda il “ristorante”, lo prese a lavorare senza fare troppe domande. Oggi si viene raccomandati pure per fare il cameriere. Iniziarono strani giorni da quella sera. Passavo il tempo ad osservare il giovane, come si muoveva tra i clienti. Non era elegante nemmeno lui nello svolgere il suo lavoro, ma spesso sembrava ascoltare con interesse i discorsi dei clienti, quello stesso interesse che ponevo anch’io quando, da piccolo, mi sedevo a tavola con i grandi.
Con i giorni e le settimane lo vidi sempre più affascinato da quella gente che mangiava senza un perché. I loro discorsi entravano nella sua piccola testolina di giovane e riempivano ogni spazio disponibile e, a giudicare da quell’aria sperduta che si portava in giro camminando tra i tavoli, di spazio vuoto ce n’era molto. Forse fu per questo che dal mio angolo buio, osservando, mi affezionai a quel ragazzo stupidotto prendendo a cuore il suo destino così fertile agli ideali. Picchiai con delicatezza il coltello contro il bicchiere per attirare la sua attenzione, e quando si girò a guardare da quale parte venisse quel richiamo, gli indicai il posto vuoto davanti a me per potersi sedere.

Erano ormai quasi due mesi che lavoravo in quello strano ristorante. Tutte le giornate e tutte le sere mi presentavo puntuale davanti alla porta di legno ed entravo. La sera uscendo notavo sempre uno stesso gruppo di ragazzi che si riunivano in fondo alla via. All’inizio li guardavo con invidia, per il loro sembrare così spensierati e felici nel passare le sere in quel piccolo vicolo, ma poi col tempo passai a considerarli degli sfaccendati cui la vita, dandogli tutto, nulla gli abbia mai insegnato. Io, al contrario, dentro apprendevo molte cose. Passando trai tavoli non mi lasciavo mai perdere l’occasione per spiare i miei ospiti, ascoltarli e carpire il senso delle loro vite. Grazie alle loro soste per approfittare di un buon pasto scelto dal ricco menù, conoscevo il riassunto del mondo al di fuori. Viaggiavo con loro nei posti da cui erano appena tornati oppure mi intromettevo nei loro discorsi senza aprire bocca. Sempre però rimanevo affascinato dalla certezza che mostravano nel percepire il mondo e per questo mi riusciva difficile confutare i loro ideali come invece avevo fatto con mio padre quell’ultima volta.
Ciò che rendeva veramente strano quel posto, oltre a delle vecchie foto appese, raffiguranti gente sconosciuta, era un anziano signore che mai ho visto in un luogo diverso da dove soleva sedere. Con le braccia poggiate sull’addome ed una gobba appena accennata, sembrava aspettare la visita di qualcuno da un momento all’altro: prova ne era la sedia vuota lasciata all’altra estremità del tavolo. Così come lui non lo si poteva mai vedere se non seduto al suo posto, anche la sedia non poteva mai essere utilizzata da alcuna anima viva. Per questo potrei dar ragione a suo figlio quando dice che il vecchio aspetta che lì si sieda la morte.
Ma non fu la morte a sedervi, almeno che non sia io la morte stessa. Un giorno infatti mi capitò di essere chiamato da quell’anziano signore ad occupare il posto davanti a lui. Stavo preparando i tavoli per l’imminente apertura quando sentii il rumore che l’acciaio fa contro il cristallo, lo stesso che si sente nei film quando si vuole richiamare l’attenzione in previsione di un discorso: solitamente l’occasione è un matrimonio. Mi guardai in giro per vedere se qualcun altro l’avesse notato e incappai nello sguardo del vecchio che, sollevando quella sua pesantissima mano, mi indicò la sedia vuota davanti a lui.
Mi avvicinai con calma ma con enorme curiosità. Che cosa voleva mai quell’uomo da me? Forse rimproverarmi per qualcosa di fatto male: non credo, penso di essere uno dei migliori là dentro nonostante la poca esperienza.
Dalla sua espressione saggia, data dall’immobilità del suo sguardo, mi chiesi se non fosse lui il destino che stavo cercando. Considerandola una possibilità neanche troppo remota iniziai a pensare bene alla struttura delle domande che gli avrei fatto e al giusto ordine con cui porle. Come un saggio di una foresta mi avrebbe accolto ed illuminato sul destino degli abitanti di questa città, e del paesello soprattutto. Semmai la sua rivelazione avrebbe risolto il problema di tutti gli esseri umani, ed io mi avviavo ad essere il prescelto.
Mi sedetti infine, ed aspettai di sentire la voce del vecchio saggio.

“Ci fu un tempo qui in cui passavano solo cavalieri per abbeverarsi e mangiare alla mia tavola. Le loro soste mai erano prive di parole corrette. Mai si abbandonavano al silenzio una volta che i loro stomachi fossero pieni di un caldo pasto e di un buon vino. Io li vedevo in quell’atto ed ascoltavo con umile attenzione le loro storie. Erano storie di guerra, storie di coraggio, nato dalla forza dei loro ideali. Gli uomini sconfiggono qualsiasi paura con gli ideali perché la paura più grande è la vita vuota data da una morte inutile.
“Quei cavalieri entravano sotto mentite spoglie, con baffi e barbe folte a nascondere la purezza della loro pelle. Sporchi e con vestiti stracciati per distogliere l’attenzione dai loro occhi, perché, devi sapere giovane stupidotto, che quei cavalieri altro non erano che dei. Dei scesi in terra per guidare dei fortunati uomini verso una degna morte, che concedesse loro l’ascesa verso il regno dell’immortalità.
“Ma adesso, ragazzo mio, non più questo suolo sarà calpestato da gente di cotanta grandezza e magnificenza, poiché di cavalieri così se ne incontrano con difficoltà e certo mai penseranno di passare in questo luogo. Ormai, da oasi di ristoro per dei e semidei, questi tavoli non son diventati altro che pezzi di legno senza vita, celati nella loro miseria da stupide tovaglie. Sui loro piani vi mangiano i figli di quegli uomini ma che a quegli uomini non assomigliano affatto. Parlano anche loro di guerre e di coraggio, ma senza cognizione di causa. Anche loro rivolgono agli ideali come punto di massima ispirazione, ma senza conoscerli. Si credono dei, ma sono servi di loro stessi.
“Tra le loro parole si intervallano solo morsi voraci alla carne servita loro nel piatto. Le loro dita non più di sangue proprio sono macchiate, ma di sangue di povere vittime sacrificate al loro sentirsi immortali. Mangiano e non si saziano. Mangiano e ingrassano senza mai scoppiare. Se resti qui ragazzo mangeranno anche te, perché non anno pietà. Ti leveranno l’anima come hanno fatto con tutto ciò che li circonda, con immagini di ideali destinate a cadere al primo soffio di una grande tempesta. Fuggi. Scappa. Come te lo devo dire, stupido fanciullo, vai via prima di non ricordarti nulla di ciò che ti ha insegnato tuo padre”

Il racconto funzionò. Il ragazzino si alzò senza scostare lo sguardo dai miei occhi e corse verso la porta di legno. Spero di non averlo spaventato troppo in quella occasione: non pensavo che le parole di un vecchio, seppur arricchite di tanti eufemismi, potessero avere un effetto così grande. Il ricorso alla mitologia di sicuro mi ha dato un sostanzioso aiuto. Cavalieri, guerre, dei: ancora adesso mi sorprendo da solo di tanta fantasia, non è affatto facile alla mia età. Ma il colpo di grazia penso di averglielo dato menzionando suo padre: lo avevo letto negli occhi il suo rispetto per il padre, così simile al mio.

Uscii correndo, ma correndo felice. Le parole del vecchio si erano rivelate più che profetiche: erano le risposte che cercavo. Nulla più mi perseguitava. Ero più leggero che all’andata.
Arrivai però solo all’angolo in fondo al vicolo perché lì mi fermò un qualcosa od un qualcuno travolgendomi. Caddi a terra e subito riaprii gli occhi per conoscere la causa di quella interruzione. Misi a fuoco non senza un lieve astio per colui o per quel qualcosa che aveva fermato la mia corsa verso la libertà. Al posto della strada che incrocia il vicolo vidi in effetti un piccolo furgoncino, con alla guida un ragazzo che mi guardava con un espressione abbastanza sconcertata più che spaventata. Lo sportello posteriore si aprii per lasciare affacciare una graziosa ragazza che con un cenno della mano seguito da alcune parole mi invitò a salire. Mi sollevai ed entrai con fatica nel furgone. Dentro era pieno di altri ragazzi ancora mentre una cartina dell’Europa sulla quale mi ero appena seduto, mi fece capire che la corsa non era interrotta, ma stava giusto per cominciare.























Foto (Eric Perrone/flickr)



Fine

martedì 10 marzo 2009

La trattoria degli dei e degli ideali 1/2


Foto (::Ebro::/flickr)


In un vicolo sperduto di una città di cui non voglio fare il nome, si trova uno strano ristorante. Solo una porta di legno indica la sua presenza. Su questa porta vi è inciso il nome di questo particolare luogo: “Trattoria degli dei e degli ideali”. Io vi entrai in una serata di fine Luglio, quando il caldo del giorno smette di tormentare i passanti ed una debole frescura porta con se gli odori dell’estate. Avevo percorso svariati chilometri per arrivare fin qui, a chiedere lavoro, con la certezza di trovarlo. L’indirizzo me lo aveva dato il notabile del paese dal quale provengo: il proprietario è un suo amico di vecchia data.

Neanche del mio paese natale vi dirò il nome, ma vi basti sapere che è sperduto tra ruvide montagne, isolato dal mondo e arido di giovani. I suoi abitanti non saranno più di una cinquantina, tutti però accomunati da un unico grande segreto. Certamente vi verrà difficile comprendere come un segreto possa essere tale se condiviso da un intero paese, ma basta pensare ad un omicidio, in casa vostra. Tutta la famiglia assiste alla morte violenta di un ospite, un conoscente. L’assassino è uno di voi, sapete il suo nome ma vi vergognate a pronunciarlo perché di quell’omicidio siete complici: non lo avete fermato nella sua premeditazione né nel suo svolgimento. Tutti, in famiglia, vi trovate da un momento all’altro a condividere il peso della morte di un uomo. Ebbene, nel mio paesello, quell’uomo si chiamava libertà.
L’assassino è una persona di cui già vi ho parlato. Si tratta infatti di quel notabile il cui amico gestiva e, sono sicuro, gestisce tutt’ora il ristorante nel vicolo. In paese è sempre stato chiamato, dacché io ricordi, l’Avvocato, per via di un suo ritenersi tale. Ma di chi fosse avvocato nessuno sembra se lo sia mai chiesto. Si svegliava la mattina non troppo presto, e sempre con sconcertante puntualità, ritirava dal ciglio della sua porta la cassa d’arance che mio padre lasciava appositamente per lui, e rientrava in casa. Lì vi restava per un’oretta dopodiché usciva per fare i suoi giri. Entrando nelle case della gente senza bussare poiché si sentiva il proprietario. Là si intratteneva con discorsi sempre nuovi ma già sentiti sui recenti fatti nazionali, e andando di casa in casa controllava in qualche modo il suo potere. Infine, cascasse il mondo, passava per la casa dei miei genitori. Alle quattro. Ogni giorno. Qui lo attendeva mia madre, la più bella donna del paese, nonché la sua amante. Mio padre, che, qualora non lo abbiate capito, di mestiere faceva il fruttivendolo, era a conoscenza di questo fatto, ma è sempre riuscito a dissimulare il dolore, sempre che ne abbia mai provato.
Infatti il fruttivendolo del mio paese era un uomo gioviale, sempre allegro ma soprattutto calmo. Cadessero meteoriti infuocati dal cielo lui riusciva sempre a tenere la sua ormai proverbiale calma. Non so dove trovasse quella forza, ma ho sempre pensato di essere stato io, suo figlio, il motivo di tanta caparbia tranquillità. Eppure, come avrete intuito, i problemi non gli mancavano. Oltre alle già menzionate corna che si portava in giro per tutto il paese, era indebitato fino al collo, come tutti gli abitanti del paesello, del resto. Con chi fosse indebitato è un segreto che non mi sento di svelare apertamente, forse per un ingiustificato rispetto nei confronti dei miei ormai vecchi compaesani. Non è certo difficile da indovinare ma, qualora intendeste, non pronunciatelo, siate complici anche voi, un pochino.

Mio padre si era indebitato principalmente per me, per farmi studiare. Per mandarmi nella Capitale a seguire l’università e, una volta laureato, non tornare mai più in quel luogo che mi ha visto nascere e crescere. Sempre ricorderò i suoi infiniti discorsi su ciò che l’istruzione può dare. Tra tutto, la parte che provocava maggiore passione nelle sue parole, se di passione si potesse parlare, era quella riguardante gli ideali. Mio padre era un convinto sostenitore degli ideali. Non concepiva la vita senza ideali. Sempre, interpellato su un qualsiasi argomento, soleva rispondere con una massima, un detto, un suo personale pensiero. E nei nostri discorsi mi esplicava il suo ragionamento secondo il quale una maggiore istruzione porta ad avere maggiori e più forti ideali.
Nella mia personale percezione della realtà, ero abituato a pensare il fruttivendolo e l’Avvocato uno come padre quale era e l’altro come patrigno, perché dovete sapere che in effetti si comportava come tale: ostentava uno strano interesse per tutto ciò che facevo, dalle letture ai voti a scuola e in seguito all’università. All’interesse affiancava consigli che secondo lui mi avrebbero reso un vincente, un qualcuno con un futuro ricco, sempre però all’interno del paese.
Tra queste due campane sono cresciuto negli anni e il considerare anche l’Avvocato uno di famiglia alla fine mi venne più che mai naturale: si contrapponeva a mio padre in ogni sua maniera di essere o di fare, ma la sua costante presenza gli faceva aggiudicare automaticamente un posto nel mio cuore. Anche se lo odiavo.
Come, infatti, non poter odiare un uomo che vive sul lavoro altrui, ama una moglie non sua e parla grazie al silenzio degli altri? Lo odiavo ma lo avevo in casa. Non potevo fare nulla per evitarlo. Nessuno può scegliersi i genitori o i fratelli, i nonni o gli zii: te li affibbiano alla nascita insieme al nome e fino ad una certa età non puoi sfuggire loro. L’Avvocato era il mio parente scomodo. Era il nome che disgustavo ma che mi faceva voltare ogni volta che veniva pronunciato.

La mattina in cui mio vero padre saltò in aria io ero sdraiato sul letto leggendo un libro per un esame. Tornato da poco dalla Capitale nelle mie intenzioni c’era il desiderio di passare l’intera estate al paesello e, per non essere costretto a lasciarlo per dare gli appelli di Luglio, avevo già deciso di lasciarmi tutti gli esami a Settembre. Sono sempre andato bene con lo studio, mi viene facile, e per questo non mi preoccupava affatto rimandare di un paio di mesi tutti gli esami. Poi volevo stare al paesello, tra la mia gente, tra i miei genitori, nella mia camera, sul mio letto.

Lo sentii fischiettare mentre si preparava, mio padre. Usciva con sicuramente la cassa di arance per l’Avvocato già tra le mani e in seguito sarebbe andato a sbrigare le solite commissioni. Qualche sera prima avevamo discusso pesantemente. Era la prima volta che rispondevo a mio padre, che colpivo per ferirlo. Mai, prima di allora, ne avevo avuto infatti il coraggio. Quando fermai il pericoloso flusso di parole, lui si alzò dal tavolo da pranzo e si chiuse in salotto, per uscirne solo più tardi ed andare in garage.
Per tre giorni non si fece vedere in giro per casa. O stava fuori in negozio e sbrigando commissioni, o in garage ad armeggiare con ancora non sapevamo cosa. Il suo fischiare arrivò dunque inaspettato. Mi lasciava piacevolmente colpito perché pensai fosse uscito indenne dal mio attacco frontale. Quasi mi stavo per alzare e scambiare qualche parola con lui, ma rimandai tutto alla sera stessa, con più calma ed approfittando di una migliore atmosfera.
Ovviamente l’occasione non ci fu. Saltando in aria mi lasciava solo col ricordo di parole dette e mai spiegate. La bomba l’aveva preparata lui per esplodere a comando, almeno così dissero in paese. La polizia non fu chiamata ad investigare. Meglio, fu pensato, continuare a tenere i fatti del paese all’interno del paese stesso. Eravamo come dieci o cinquanta piccoli indiani.
Secondo le fonti raccolte dalle voci, mio padre avrebbe voluto appostarsi all’angolo ed al momento giusto avrebbe premuto un pulsante. L’Avvocato sarebbe morto portandosi nella tomba l’odore della polvere da sparo mischiato con quello delle arance. Sicuramente ciò che più attraeva mio padre di tutto il piano era la spettacolarità di questo passaggio. Sicuramente non si aspettava di giustiziarsi pochi passi prima della porta d’entrata dell’Avvocato, ma deve aver accettato l’idea con la sua classica tranquillità: me lo immagino nei suoi ultimi secondi di vita con un calmo sorriso sulle labbra, come a voler prendersi gioco del destino che tanto gli ha tolto in vita e persino in morte. A me resta la certezza che mio padre abbia tentato di diventare giudice e boia di quell’uomo per liberare me dal desiderio di vendetta.
L’idea della vendetta mi era cresciuta dentro durante l’anno lontano dal paesello. Pensavo di tornare un giorno e sistemare tutto, come non lo so, ma avrei fatto il possibile per mettere a nudo il colpevole. Queste le parole che dissi a mio padre la famosa sera. Questo il motivo che lo spinse a quel gesto. Ma i panni si lavano in famiglia, e per lui da quella pazza famiglia paesana dovevo restarne fuori.

Lasciai il paese pochi giorni dopo, con il sorriso di mio padre nei ricordi e con l’indirizzo datomi dall’Avvocato nella tasca sinistra dei pantaloni. Non desideravo più studiare, almeno credo, ma ciò che volevo era andare in cerca del destino, con mille domande da fargli una volta incontrato.

Alla “Trattoria degli dei e degli ideali” tutti cercavano il proprio destino. Entravano con la scusa di un piatto di pasta e fagioli ed uscivano rincuorati nel non sentirsi più soli. Le loro facce nell’attesa del primo ed unico piatto, pasta e fagioli appunto, mostravano l’animo di uomini persi, abbattuti da ciò che restava fuori dalla porta di legno. In silenzio ammazzavano l’attesa mangiucchiando pezzettini di mollica staccati dalle fette di pane lasciate appositamente sul tavolo, ma quando la prima cucchiaiata entrava nel loro corpo riacquisivano il colore della speranza, non il verde, sto parlando di un rosato che diventa rosso in prossimità delle guance. Certo anche il vino dava una mano, ma, un po’ per lode e un po’ per convinzione personale, la maggior parte del merito era dovuto alla cucina di mia madre. La vedevo indaffarata su quel pentolone riscaldato dal fuoco dell’unico fornello, e girando con un mestolo di legno osservava la sua opera per poter infine urlare la buona riuscita. Mio padre accorreva a prendere i piatti e a distribuirli ai commensali e fin quando non potetti dargli una mano, rimanevo ad osservarlo dal basso, imitandolo quasi per burla, ma affascinato in realtà dalla sua eleganza. Una volta serviti i tavoli entrambi i miei genitori si sedevano chi in una tavolata chi nell’altra, ed io, sempre per imitarli, andavo a prendere posto tra altri commensali. Rimanevo lì senza prendere sonno ma ascoltando attentamente le loro parole. Fu per questo, credo, che la prima parola che imparai a dire non fu mamma e neanche pasta e fagioli, bensì libertà.
Di libertà si parlava infatti alla “Trattoria degli dei e degli ideali”: del più nobile degli ideali. Lo si poteva respirare nell’aria insieme all’odore di vino, oppure lo potevi udire tra il suono del cucchiaio contro il piatto e un brindisi improvvisato. Ma nessuno la pronunciava. Tutti parlavano di essa ma nessuno osava pronunciare il suo nome per intero, quasi a temere di sciupare con la lingua questo bene prezioso.
Io fui il primo a pronunciarla, così vuole la leggenda, in un attimo di silenzio. Dissi “Libertà” e tutti si girarono a guardarmi. Presero a ridere e a brindare perché lo pensarono un buon segno, anche se ne morirono ancora molti in seguito e senza avere la fortuna che toccò a me.
Mio padre li osservava uscire e ogni sera perdeva ore nel salutarli. Quando il giorno dopo arrivava la notizia che un altro commensale era morto, mio padre commentava dicendo che il cielo si stava riempiendo sempre più di dei, perché solo un dio ha l’onore di morire per un ideale. E si chiedeva fino a quando sarebbe durata: io posso rispondergli che durò fino al giorno esatto della sua morte. Il destino spesso sa essere molto ironico.























Foto (LipsVago/flickr)


Continua martedì 17 marzo 2009

martedì 3 marzo 2009

Il latitante 2/2


Foto (Bytho/flickr)



... segue da martedì 24 febbraio 2009

Fitta. Spalanco gli occhi. Sento un bip impazzito. Quanto tempo è passato? Non sono ancora in ospedale. Fa sempre freddo e il movimento irregolare dell’ambulanza mi fa venire voglia di vomitare. Lo sento che sale. Sento qualcosa salire dallo stomaco attraverso la gola. Si blocca a metà, proprio quando gli mancava poco per uscire. Soffoco. Non entra aria. Manca aria. In tutta l’ambulanza non c’è un grammo d’aria per i miei polmoni. Come fate a respirare voi dall’altra parte? Mi guardate e respirate. Svelatemi il segreto. Insegnatemi nuovamente a respirare. Sento che soffoco. Aria. Aria. Aria.
Ne sento nuovamente il sapore. Passa e riempie i miei polmoni provocando dolore. Ma respiro. E’ dolce sulle labbra al suo passare, ma tremendamente amara nel riempire il petto.
E’ dolce come le parole di lei. Quella volta al mercato. Successivamente in un bar, con le tovaglie rosse. Parlava e parlava come se mi avesse conosciuto da una vita. Parlava e pian piano mi svelava il significato di ogni simbolo. Attento leggevo i suoi occhi con sempre maggiore chiarezza. Capivo dov’era il dolore, dove la felicità. Ogni parola si inseriva in un puzzle vuoto del mio stomaco. Ogni gesto aumentava la voglia di possedere il mistero celato al di là del sarcofago.
La cercai con sempre maggiore voglia delle sue parole. Quando era il mio turno per pedinarla lei scendeva e andavamo lontano. Passeggiavamo per il molo del porto. Parlavamo e parlando mi baciò.

Perché? Perché fa così male? Di nuovo fitte interminabili al petto. Più forti di prima. Il cuore. Lo sento. Non vuole più soffrire. Basta con questo dolore. Fa male. Stramaledettamente male. Un battito. Un bacio di lei. Un altro. Battiti e baci. Carezze e dolore. Come potrò gioire per aver raggiunto la felicità se di mezzo c’è il dolore. Forse è il momento di andare. E’ il momento di parlare al mio corpo e prendere insieme una decisione. Non posso più aspettare che sia lui a scegliere il momento. Gli dico di smettere. Smetti di soffrire. Come puoi reggere a tutto questo? Come puoi?
Il bip ha ricominciato ad impazzire. Il movimento si fa più confuso intorno a me ma non sono più nell’ambulanza. Mi portano in giro per i corridoi. Le luci cambiano di continuo. Luce. Ombra. Luce. Ombra. Luce. Ombra. Sono i fari delle macchine che passano mentre lei mi parla di suo marito. Del ritorno di lui. Del fatto che non può scappare. Non vuole. Non può lasciarlo solo. Lui l’ha tolta dalla miseria in cui viveva. Dall’infamia. L’ha rapita per portarla con se. Le ha dato una vita. L’ha trattata da regina. Lui, tanto crudele dal di fuori, era il suo angelo custode. Lui che tante vite ha stroncato, le ha regalato la propria. Le sue mani sporche di sangue tornavano a casa linde. L’odore di polvere da sparo profumava ad incenso. I calli di tanta violenza difendevano quegli occhi dai ricordi di una vita di sofferenza.
Ed io? Io non potevo fare nulla. Non ero in grado di rompere quella catena. Non potevo più vederla fino a che suo marito si fosse trattenuto in città. Dovevo allontanarmi da lei. Dovevo aspettare, in macchina, sotto casa sua, senza pensare.
Ma il pensiero non si ferma. E’ un pozzo in mezzo ad un cortile. Ci giri attorno. Lo guardi da lontano e senti il desiderio di specchiarti nelle sue acque. Allora ti avvicini con calma, cercando un punto sicuro per attaccarti. Allunghi il collo goffamente fino a quando dalle profondità di quel pozzo spunta il tuo viso. Allora rimani a contemplarlo. Nei tuoi occhi noti i suoi. Li vuoi raggiungere. Li devi raggiungere. Desideri toccarli e allunghi le mani. Sono i tuoi occhi quelli. Hai diritto a toccarli. Li puoi raggiungere senza perdere l’equilibrio, senza cadere nel pozzo.
Ma il pozzo era profondo e io vi caddi dentro. Mi abbandonai alla caduta. L’aria mi passava tra le dita, mi asciugava il sudore. L’aria che passava tra i capelli era un sollievo: smisi finalmente di pensare, mi chiedevo solo come sarebbe stato l’atterraggio. Uscii dalla macchina e raggiunsi correndo il suo portone. Le citofonai, per dirle non sapevo cosa. Mi sarei spacciato per un postino. Una raccomandata. Bastava una firma della signora, se poteva scendere un momento. Ma la signora non rispose. Solo suoni muti dall’altoparlante. Riprovai con maggiore insistenza, ma niente.
Tornai alla macchina deciso ad andarmene. Avrei percorso chilometri all’impazzata per non pensare a lei. L’asfalto avrebbe vibrato sotto il peso della mia follia che passava ad alta velocità. Ma quando sarebbe arrivato il fondo di questo pozzo?
Un passo dietro l’altro e attraversai la piazza. Giunto quasi alla macchina mi voltai verso il portone. Qualcosa stava accadendo. Sperai fosse lei che correndo cercava le mie braccia. Speravo di cadere in acque morbide. Invece mi trovai in mezzo a svariate auto della polizia. Beppe uscì da una di queste: “Si entra, lui è qui!”.
Corsi insieme agli altri verso il portone. Su per le scale. Di corsa. Ogni scalino mi avvicinava a lei. L’avrei rivista. L’avrei rivista e saremmo stati assieme. Immaginavo già il suo abbraccio, il suo sorriso, i suoi occhi per me.
E se non fosse andata così. E se nel vedermi arrestare suo marito si fosse spaventata. Se non mi avesse abbracciato ma, restando in un muto silenzio, mi avesse ucciso con lo sguardo. E se neanche lo sguardo.
Altri scalini. La mente occupata a pensare al momento dell’incontro. Momento dolce. Momento freddo. Ma pur sempre l’avrei incontrata. Le avrei parlato. Qualsiasi cosa sarebbe successa le dovevo parlare. Per spiegarmi. Per convincerla. Per farle capire. Per sentirmi di nuovo parte di lei, dei suoi occhi.
Ma non le parlai. Solo lo sparo. Solo gli ultimi secondi di caduta.

Sono stanco. Stanco. Lo sento nei muscoli, nelle ossa e finalmente arriva anche al cervello. Il dolore sta passando: lo sento già più lontano. Mi hanno spogliato. Mi stanno aprendo. Parlano. Il cuore tocca l’aria, vuole volare. Non tornerà più a soffocare nel mio corpo. Non ho forze ma mi muovo. Alzo il braccio. Guardo il polso. Il tatuaggio non c’è più. Qualcosa cambierà.

























Foto (Towa-to/flickr)



Fine

martedì 24 febbraio 2009

Il latitante 1/2


Foto ([G]hostdog/flickr)
Modello (darkeemo/myspace)

Perché non hai mirato il cuore? Perché così vicino ma non abbastanza? Così fa male. Muoio di dolore. Mi manca il fiato ma ho voglia di urlare. Sono steso a terra. Morbida terra come fossero lenzuola. Il dolore mi assale. Grido… no, non ci riesco. Un flebile colpo di tosse: sento il sangue scorrere sulle mie labbra
Potevi almeno finirmi. Vorrei si avvicinasse a me per guardarla un’altra volta negli occhi. Vorrei mi puntasse alla testa la stessa arma che ha puntato al petto. “Spara”, le direi. Ferma questo mio ragionare sopra il dolore. Impulsi alla velocità della luce arrivano al cervello, bussano. Impulsi dolorosi come fossero ricordi. Impulsi di qualcosa che brucia, una fiamma vicina. Dolore. Il fuoco brucia dentro. Pian piano si espande: lo sento sulla pelle.
Mi ritrovo di colpo lasciato, in balia di me stesso. Respiro a fatica. Muoio. No, la morte non arriva ma quasi la desidero. Ti porteranno lontano da me. Non mi vorrai più vedere. Che senso avrà la vita allora. Meglio morire. Per mano tua.
Sento rumore intorno a me. Altri colpi di pistola. Beppe grida. Altri entrano. Passi. Piedi. Ancora urla. E io non sento niente. Non sento Beppe che mi dice di resistere. Lui dice che non è niente, ma io sento il dolore. Dice che passerà, ma io non vedo la fine. Mi incoraggia tenendomi la mano. Ma fa troppo male. Non voglio più resistere. Beppe sì, vuole che io resista. Perché?
Ora mi porteranno all’ospedale. Accanto a me appoggiano una barella: non l’avevo mai vista da così vicino. Un po’ di movimento. Non capisco cosa succede ma mi sento sollevare. Due sconosciuti portano il mio corpo stanco, ormai inutile. Non vedo le loro facce, non le distinguo, ma non importa. Niente ha più importanza adesso. Potrebbero lasciarmi qui che non cambierebbe nulla. Su questo pavimento. In questa casa. Vi ringrazio ma aspetterò la morte da solo, perché ora sono solo.
Fuori fa freddo, ma lo sopporto. Il freddo mi ha fatto compagnia negli ultimi tre mesi. Un freddo inspiegabile. Umido che ti entra nelle ossa. Stai ad aspettare in una macchina ferma, al buio perché è vietato accendere qualsiasi fonte di luce. Motore spento. Il calore di una tazza di caffè è il massimo sollievo che ti può offrire la serata.
E intanto vedi le facce. Facce passano per la via. Non ti vedono ma tu le scruti. Le giudichi. Cerchi di catalogarle nella tua testa finché non ti chiedi tu dove ti collocheresti. Chi sei? Più simile al signore che alle undici e mezza porta fuori il cane o più in sintonia con quello che cerca una donna a pagamento per passare anche la prossima ora. Bastano tre mesi per finire in mezzo a loro, del tutto: diventare uno di loro.
Mi chiedo cosa mi potrebbe salvare dal mio giudizio. Forse la divisa. Non quella di ordinanza, ma quella cucita a pelle. A casa la sera mi tolgo i vestiti e vedo riflessa allo specchio quella divisa. Non è il mio corpo. E’ il corpo di un poliziotto. Una matricola stampata sul polso indica cosa sono. Giovanni Di Bella, nato nel ’79. Nubile ma felicemente fidanzato. Una ragazza bellissima di nome Carmela.
Una ragazza che ho abbandonato nel tentativo di cancellare quel tatuaggio dal polso.

Dicono che quando stai per morire ti passi tutta la vita davanti. Ma a me vengono in mente solo ricordi tristi. Arranco nel dolore ed incontro solo altro dolore. Mi vengono in mente le urla di Carmela quando le dissi che me ne andavo via. Quando non ottenne risposte ai suoi perché. Ma quali risposte potevo darle? Non si può giustificare la rinuncia a sette anni di convivenza con uno sguardo di una sconosciuta. Non potevo dirle che non sopportavo più quello che avevo costruito in tutta la vita. Sarei impazzito nell’ammettere davanti ad un’altra persona di sentirmi imprigionato in me stesso. Per questo scappai. Attraversai quella porta per l’ultima volta nella mia vita. Giù per le scale, fuori dal portone, camminando verso la macchina. Durante tutto il tragitto mi sentivo perso. Per la prima volta nella mia vita.
Piansi di solitudine. A casa di Beppe controllai il tatuaggio sul polso e lo vidi sbiadito. Qualcosa si muoveva. La sera successiva andammo a ballare. Controllai una ad una le facce. Cercavo con disperazione uno sguardo impossibile da catalogare. Uno sguardo come il suo. Occhi tristi, melanconici, ma fieri.
Lo sguardo che cercavo quasi con disperazione era lo sguardo della moglie del latitante. Della donna sotto la quale casa ho vissuto per tre lunghi mesi. L’avevo incontrata una volta per sbaglio nel tabacchino all’angolo. Avevo incrociato i suoi occhi, mi ero fermato davanti al loro riflesso. Non riuscivo a comprenderli, non li avevo mai visti prima.
Gli occhi di quella donna divennero presto per me come un sarcofago ricco di incisioni incomprensibili ma affascinanti per la saggezza che dovevano portare con sé. Dentro vi erano sepolti i misteri di un grande faraone. Lì dovevo arrivare perché lì si trovava la soluzione al grande malessere che quegli stessi occhi avevano provocato. Prima ero solo una delle tante facce. Una maschera vagante tra tante maschere. Dopo aver conosciuto i suoi occhi iniziai a capire chi fossi, perché stessi là.
Fu la serata passata in discoteca con Beppe a darmi il segnale. La mattina successiva, come guidato da quello sguardo andai sotto casa sua. Entrai in macchina di Alberto, che era di guardia. Parlammo un po’. Gli chiesi come andava. Poi il silenzio. Lei uscì dal portone alla solita ora ma aspettai a metterla a fuoco. Aspettai per la paura che tutto fosse solo una lieve allucinazione. Che non fosse lei l’antidoto. Temevo di essere veramente perso. Poi decisi di guardarla. Aprii gli occhi e mi concentrai sul suo sguardo. Cercai di memorizzarlo tutto per decifrare in seguito gli ideogrammi delle sue pupille. La guardai intensamente e lei si accorse di me. E fummo i soli ad entrare in contatto quella mattina in quella piazza. Alberto non si accorse di nulla. I passanti passavano. Senza notarci.

Ho sempre pensato al giorno del mio funerale. Alle persone che davanti alla bara piangono e pensano a te. Lei non ci sarebbe al mio funerale, ma passerebbe qualche anno più tardi per salutare la mia tomba, per avere un ultimo attimo di intimità con me solo. Leggerebbe l’epitaffio e nel passare una ad una quelle lettere capirebbe l’importanza di ciò che è stata per me. Piangerebbe davanti a quelle parole.
Le parole però... quali parole? Non posso andarmene così senza decidere le mie parole. Le sceglierebbero gli altri per me. “Morto per servire la patria”. No. Questo mai. Vi prego. Non fatemi morire in divisa. Non seppellitemi insieme ad un tricolore di cui non comprendo più l’importanza. Sono morto per lei. Diteglielo. Come potrò comunicare con lei se sulla bara non saranno scritte le mie parole.
Con lo sguardo cerco Beppe. Giro la testa. Bloccata. Non si muove. Gli occhi! Li apro e li muovo. Alla mia destra trovo il mio amico: tutt’attorno è l’interno dell’ambulanza e seduto al mio capezzale c’è lui. Gli si illumina lo sguardo nel vedermi aprire gli occhi. Lo guardo. Provo a parlargli. E’ una cosa urgente. Devo dirgli di non far scrivere nulla sulla mia bara. La voglio vuota. Lo guardo ancora ma è inutile. Non riesco a parlare. Richiudo gli occhi e mi immergo nuovamente nel mio dolore.
“Morto dopo esser stato felice”. Questa è una frase che un morto vuole lasciare a chi gli è stato accanto! Per dire a Carmela che esiste la felicità anche al di fuori delle maschere di tutta una vita. Per dire a Beppe di cercare altrove: io sono stato felice perché sono fuggito da quella divisa che ci accomuna. Per parlare un’ultima volta con lei.
Ma in effetti la morte smentirebbe quelle parole. Felice sì, ma morto. Come il famoso vincitore della lotteria che morì il giorno dopo la vincita. Comprereste il biglietto sapendo che potrete gustarvi la vittoria per un solo giorno?
“Morto perché è stato felice”. Così suonerebbe il tutto. Li spaventerei tutti. Fuggirebbero dal ciò che sono stato. Avrebbero paura di tornare sulla mia tomba. Mi lascerebbero solo per l’eternità, non volendo neanche portare con se il ricordo del mio atto di eroismo.





Continua martedì 3 marzo 2009

martedì 17 febbraio 2009

Il vecchio e il mare 2/2













Foto (Ddc+/Flickr)



... segue da martedì 10 febbraio 2009


Forse a guardarmi nel fondo del mare ballando con le piante subacquee mi avreste preso per un idiota. La parte di voi che siete i miei amici siete avvezzi a queste mie follie, ma coloro che mi conoscono solo per avermi visto in qualche foto su un podio, sarebbero d’accordo con le mie ex: sono un personaggio paradossale.

Ballavo appunto. Le braccia alzate verso un cielo che non era cielo. Senza senso del ritmo le spostavo ora a destra, ora a sinistra. Ora in alto, ora in basso. Sentivo le piante offese di questo mio intromettermi senza cognizione di causa. Così ritornai a chiudere gli occhi ed ascoltai. Non erano le orecchie quelle che le avvertirono per prime. Fu la pelle che sentì il moto. I muscoli rilassati che iniziarono a seguirne il movimento. Le correnti erano arrivate, e proprio nel momento in cui inconsciamente le stavo aspettando. O può essere che c’erano sempre state, ma solo allora me ne resi conto.

Mi sollevarono dal mio lettuccio di sabbia e mi trasportarono verso altre direzioni. Iniziai a sentirmi davvero acqua. Iniziai a pensarmi davvero come parte di loro. Non opponevo resistenza al loro viaggiare. Chiudevo gli occhi e ci vedevo. Li riaprivo solo per osservare con maggiore attenzione.

Decisi che ne avrei provate di diverse. Decisi che le avrei conosciute una per una. Non tutte perché sarebbe stato troppo presuntuoso, ma una per una quelle che mi si presentavano davanti. Passare da una corrente all’altra non era difficile. Da sole si intrecciavano fra di loro e in quel momento, al momento giusto, bastava farsi trascinare dalla nuova arrivata, conoscerla e aspettare la prossima unione. Modestamente, la scelta del momento giusto non mi creava molti problemi. E’ come all’arrivo della “T”: inizio a pensare sia una mia dote naturale non sbagliare il momento giusto. Una dote scritta nei cromosomi. Una di quelle per le quali devi ringraziare mamma o papà o uno dei loro genitori o parenti. Insomma: il passaggio era per me un gioco da ragazzi, fin quando…

Fin quando mi feci trascinare da una corrente diversa dalle altre. Questo non sarebbe strano visto che ognuna ha le sue peculiarità, ma la nuova corrente aveva una peculiarità totalmente differente dalle altre. Non la velocità, non le emozioni che richiama alla pelle, non il panorama del suo tragitto, ne la direzione. Era la sua temperatura. Era una corrente d’acqua calda.


Immaginate l’idillio che regnava in tutto il mio corpo. Membra, pelle, ossa, cuore, cervello. Tutto trovava un suo perché in quella corrente calda. Ridevo. Ero felice. Nuotavo. Al caldo.

Non riesco neanche a raccontarvi le emozioni che nacquero in quei momenti. Avevo trovato il mio perché. Solo non me ne capacitai abbastanza.

E infatti pensai che la cosa più logica fosse cambiare nuovamente corrente. Non potevo fermarmi senza provarne altre. Ero acqua e come tale dovevo seguire il destino dell’acqua. Ero corrente e come tale dovevo viaggiare con le correnti, attraverso le correnti, senza fermarmi. Immaginate se le correnti decidessero di non incontrarsi più. Il mare diventerebbe un insieme di vortici e l’acqua non si mischierebbe più. I pesci dovrebbero saltare da un vortice all’altro rischiando ogni volta la morte e se non saltassero il loro destino si ridurrebbe in attesa. Attesa di morire.

La corrente calda si incrociò presto con un'altra e io la lasciai con la promessa di un rincontro. Una volta dentro la nuova corrente mi accorsi di conoscerla già. Ne assaporai con amarezza il gelo che si portava con se. Un gelo al limite del sopportabile. Un gelo che nel viaggio avuto in precedenza con lei non avevo notato. Ci ripensai. Iniziai a nuotare con velocità verso la corrente appena lasciata. Uno. Due. Tre. Quattro. Cinque. Aria… aria? Ebbi improvvisamente bisogno di aria. Persi l’equilibrio. Non ero più acqua. Non ero più corrente. Ero io: un nuotatore. Mi trascinai verso un piccolo punto di luce. Le braccia verso l’alto per avvisare i polmoni dell’arrivo. Per dire loro di prepararsi a respirare.

Aria. Aria fredda. Legno. Legno umido. Ero spuntato proprio sotto il molo. Respirai.

Era notte e stava piovendo. La luna si nascondeva dietro le nuvole cariche d’acqua. Le gocce mi davano fastidio. Mi aggrappai al piano del molo e mi issai fino a caderci sopra. Morto.

Altre braccia mi trascinarono portando il resto del corpo sul molo. Mi girarono e mi guardarono dritto negli occhi. “Sei stato fortunato, – dissero – l’ultimo che ha viaggiato attraverso la corrente calda è morto. Era il Vecchio Pescatore che ha lasciato il suo nome a tutta la baia. Dicono che si allontanò inseguendo un pesce, ma in verità cercava qualcosa di più importante. La cercava per l’ultima volta.”


Tutta una vita passata a nuotare, e mai avevo visto il mare. Il vecchio, proprietario delle braccia, mi portò in una baracca che presumo fosse casa sua. Mi diede dei vestiti asciutti. Dando uno sguardo in giro, fu per vergogna che non gli chiesi un accappatoio nel quale ricercare il calore appena perso. Oppure fu perché ero consapevole di non poter provare più nessuna emozione in quel vestito di panno.

Non vinsi più nessuna gara da quel giorno. Non lo desideravo più.

La prima volta che mi tuffai nuovamente nella piscina arrivai vicino al fondo e per la prima volta guardai la linea nera da vicino. Erano tante mattonelle scure posate una dopo l’altra. E neanche ben allineate. Uscii dall’acqua correndo spaventato e arrivato negli spogliatoi piansi.

Lasciai la città. Lasciai l’appartamento. Lasciai le coperte. Lasciai Camilla. Mi trasferii nel paesino cresciuto in riva alla baia del Vecchio Pescatore. Andai a vivere nella baracca a fianco a quella del vecchio delle braccia. Appena lo vidi gli regalai il mio accappatoio, non so perché, ma in fondo non tutto ciò che si fa deve avere una motivazione alle spalle.

Ogni giorno lo aiuto a pescare con le reti dalla sua barca. Ogni giorno remo sopra le correnti e osservo l’acqua muoversi sotto la forza dei miei remi. Piccoli mulinelli nascono alla fine di ogni tocco.

Vivo qui da ormai diversi anni, aspettando il momento giusto per poter tornare a cercarla.



martedì 10 febbraio 2009

Il vecchio e il mare 1/2




















Foto (Eléanor/flickr)



Tutta una vita passata a nuotare, e mai avevo visto il mare. Prima di tutto mi presento. Io sono io. Forse però è meglio cercare di particolareggiare il mio personaggio. Diciamo che il mio io nuota. Sono un nuotatore. E sia chiaro, non un nuotatore qualsiasi, diciamo uno dei migliori. Quello che faccio nella vita è aspettare un fischio, uno sparo o qualsiasi altro segnale e buttarmi nell’acqua. Se mi piace quello che faccio? Penso sia un lavoro come un altro. Tutte le mattine i miei amici si svegliano ed escono per andare a lavorare. Io ogni giorno, per più volte, mi butto in piscina e nuoto. Uno. Due. Tre. Quattro. Cinque. Aria. Uno. Due. Tre. Quattro. Cinque. Aria. Capriola, piastrella e via.

Una cosa che però digerisco veramente poco del mio lavoro c’è: il freddo. Lassù, su quel trampolino dal quale può risultare anche piacevole buttare lo sguardo verso un orizzonte piastrellato, non mi sento a mio agio, ben conscio che al segnale del via il mio corpo dovrà immergersi in quella distesa di acqua a temperatura sempre troppo bassa. Tocca poi al cervello convincerlo a lanciarsi: braccia avanti e... uno. Due, Tre. Quattro. Cinque. Aria.

Per i miei amici è diverso. Ogni mattina è il loro corpo il primo a svegliarsi, a buttarli nel freddo che regna fuori dalle lenzuola, dalle braccia delle loro compagne, o dei loro compagni. Alcuni mi raccontano che a volte anticipano la sveglia, la luce o i passi dei vicini del piano di sopra e aprono gli occhi. Stanchi di riposarsi si alzano. Uno. Due. Tre. Quattro. Cinque. La tazza del cesso.

Tutta una vita passata a nuotare, e mai mi sono abituato al freddo dell’acqua. Lo senti attraversare la pelle. Una bracciata dopo l’altra per non pensarci. Ma non ci riesco mai. Il mio scopo è l’arrivo: quando cioè potrò uscire e riscaldarmi tra le braccia dell’accappatoio. Ogni volta so che se sarò il primo il caldo sarà più meritato. Come Luca, uno dei miei amici. Lui torna a casa sempre più stanco per credere che la sua recente sposa sia il dono più caloroso che la vita gli abbia potuto dare. L’accappatoio, la sposa novella: il traguardo. La cosa più bella. Certo gli altri hanno avuto più fortuna con i loro traguardi. Loro sono sempre i primi. O lo credono. Ma è giusto così. Io già quando sono secondo sento gli occhi dell’istruttore come una condanna, per non parlare di quelli del pubblico. Due per ogni presente. Sempre il doppio di quelle reali. Ma non succede spesso che non sia io il primo.

“E’ curioso! – mi disse una volta Paola – La tua vita non è definibile come la vita di uno sportivo. Non ti svegli mai in tempo. Per non parlare della tua voglia di uscire dalle coperte. Esci di casa passeggiando ad una velocità esasperante. Tanto non ti importa di chi ti aspetta!”. Che sguardo strano. I suoi occhi. Le sue labbra. Fredde. “Non ti curi del tuo corpo – ha continuato – tanto che è tre mesi che l’oculista ti cerca disperatamente. Non cerchi l’aria sana della campagna… non mi porti mai fuori da questa città e tu stesso ti allontani a fatica, se non per una gara. Ma soprattutto una cosa più delle altre è veramente paradossale: tutta una vita che nuoti e non hai mai visto il mare.” In effetti è vero: non ho mai visto il mare.

Queste le ultime parole di Viviana, Emilia, Lucia e Paola, appunto. Si ripetono così macchinalmente che ormai capisco il momento con qualche minuto di anticipo. Il mio segreto sono le labbra. Diventano fredde. In effetti se dovessi concentrarmi sugli occhi lo capirei addirittura in anticipo di giorni, settimane. Ma che cambierebbe se a quel punto, intuito il tranello, le portassi al mare? Raggiungerei un traguardo? Non penso, lo raggiungerebbero loro.


Non ci crederete mai ma nel mio lavoro l’elemento più importante è la linea nera. Sì, proprio quel segmento scuro che galleggia sul filo dell’acqua poco prima di tuffarti e che sprofonda una volta che hai raggiunto il freddo. Uno, è lì. Due, è lì, Tre, è lì. Quattro, è lì. Cinque, è lì. Aria, non c’è più: attimi di panico.

Quando arriva la “T” sai che è il momento della capriola, e devi aver appena superato il secondo cinque. Se non arrivi giusto perdi tempo e l’accappatoio si allontana: gli altri ti superano e apprezzeranno il suo calore prima di te. Modestamente è tutta una vita che nuoto e non mi è mai successo di arrivare alla “T” al momento sbagliato. Neanche da piccolo, alla piscina comunale, ho mai sbagliato un colpo. Sarà stato per questo che l’insegnante mi ha sempre permesso di essere il primo della fila. Il primo su sei, sette o otto marmocchi ad arrivare all’accappatoio alla fine dei tre quarti d’ora.

Un giorno, sempre alla piscina comunale, ero l’unico presente del mio corso. L’insegnante mi obbligò ad entrare ugualmente nell’acqua fredda e a fare almeno quaranta vasche prima di uscire e raggiungere l’accappatoio. Ricordo l’emozione che provai quando una volta in acqua notai che la linea nera era tutta per me. Trionfavo sopra di lei. Non ero obbligato a tenerla alla mia sinistra. Stava guidando solo me. Seguivo la mia strada. Ricordo che per un attimo dimenticai il freddo. Ma fu un attimo e presto ricominciai a fremere e nuotare con fretta nel tentativo di avvicinare il più possibile il grande momento, il ritorno al caldo.

E l’insegnante si accorse di questa mia fretta. Contò una per una le mie vasche e le cronometrò. Una volta fuori dall’acqua, al calduccio del mio accappatoio, si abbassò sulle ginocchia per cercare i miei occhi nascosti sotto il cappuccio e mi spiegò quello che sarebbe diventato il mio lavoro: tutti i pomeriggi in piscina a nuotare sotto la supervisione di un suo collega. In un'altra piscina. In un'altra corsia. In una corsia tutta per me. Quel giorno capii di essere diventato adulto.

Orgoglioso del mio primo traguardo pensai a come doveva cambiare la mia impostazione verso la vita e mi segnai a mente i punti essenziali: le cose da fare quando si diventa adulti. Primo: non aspettare più la propria madre in ritardo all’uscita della piscina (le prime volte furono ceffoni). Secondo: non farsi più preparare i pasti dai propri genitori. Terzo: non renderli partecipi delle proprie delusioni sentimentali. Quarto ed ultimo il più importante: mai e proprio mai, piangere.

Da quando sono diventato adulto i miei hanno pian piano smesso di litigare e l’inevitabile divorzio arrivò solo molti anni dopo: un successo per la mia strategia.


Tutta una vita passata a nuotare, e mai avevo visto il mare. Finché un giorno al mare ci arrivai.

Era acqua. Acqua che si muoveva veloce spinta da correnti lontane e vicine, antiche e recenti. Tanto antiche da non avere un inizio. Così recenti da non vedersi la fine. Ricordo come mi interrogai sul perché di quel movimento irregolare guardandolo dal piccolo molo di legno in quella strana baia del Vecchio Pescatore. Ricordo che mi chiesi se anche quell’acqua fosse fredda. Ricordo che mi chiesi se tra i sassi e la sabbia, in quel fondale che galleggiava sopra l’acqua, ci fosse la mia linea nera.

Raggiunsi la conclusione che la mia linea nera non poteva esserci perché il fondale era molto sotto il pelo dell’acqua. Infatti piccoli pesciolini nuotavano tra quest’ultimo e un manto di alghe marine danzatrici tra la sabbia. Subito dopo mi interessai di un pezzetto di legno mosso dalle onde in un elegante gioco di marionette. La sua inerzia la paragonavo a quella dei pesciolini nel loro nuotare e quando il legnetto si allontanò troppo dalla mia visuale capii che la differenza con i pesciolini era trascurabile poiché tutti, inanimati o meno, subivano il fascino delle correnti.

Penso che a spingermi non fu il vento, ne l’equilibrio. A spingermi fu la linea nera. A un certo punto potei giurare di averla vista galleggiare tra le onde e il tocco della campana del paesino alle mie spalle fece muovere il mio corpo verso l’acqua: era il via.

Ma il mare, a parte per il sapore, non è molto differente dalla piscina. E’ freddo anch’esso. Me ne accorsi subito. Quando sentii i vestiti bagnati sul mio corpo. Fu allora che iniziai a nuotare. Uno. Due. Tre. Quattro. Cinque. Aria. Mi levai le scarpe. Uno. Due. Tre. Quattro. Cinque. Aria. Fu il turno di calzini, camicia e pantaloni. Uno. Due. Tre. Quattro. Cinque. Aria. Non mi fermai. Uno. Due. Tre. Quattro. Cinque. Aria.

La fretta che contraddistingue la mia nuotata svanì nel giro di una trentina di bracciate. Non c’era nessuno che potesse superarmi, ma soprattutto nessun caldo accappatoio ad aspettarmi. Non c’era ragione di tornare, pensai. Forse il caldo lo posso trovare più a largo, seguitai coi pensieri.


Ricordo che passò un’oretta prima del momento di pausa. Mi girai a pancia in su a riposare. Dopo aver nuotato come i pesciolini lungo una linea nera che attraversava il fondo del mare decisi di farmi trasportare dalle correnti, di accarezzarle e di beneficiare della loro energia come se fossi diventato il pezzetto di legno. Chiusi gli occhi e iniziai ad affondare.

Metro dopo metro mi sentivo sempre più vicino al centro della terra. Non scendevo diritto, ma scendevo. Aprii gli occhi quando ormai la luce del sole era solo un paio di raggi che coraggiosamente sfidavano il buio. Il caldo del sole si suicidava nel freddo dell’acqua. Anche lui aveva subito il fascino delle correnti. Vidi pesci attorno a me. Li osservai. Allungai le mani fino quasi ad accarezzarli. E, infine, li accarezzai. Ogni tipo di essere nuotante marino passò sotto i miei polpastrelli, facendomi sentire vivo dentro il freddo del mare. Anche gli squali riuscì ad accarezzare.

Scommetto che pochi di voi hanno accarezzato uno squalo. In verità non ci vuole tanto. Ma bisogna avere l’animo giusto. Non preparatevi con fionde, fucili d’acqua, armature metalliche: non servono. Immergetevi senza temerli ma anche senza volerli vincere. Sarebbe anche inutile. Sentitevi un corpo morto dentro l’acqua. Sentitevi l’acqua. Poi, quando il momento arriva e lo squalo si avvicina, chiudete gli occhi, perché alla visione dei suoi denti sporchi di assassinio la paura vincerebbe su tutto e lui la annuserebbe. A quel punto allungate le mani e sfiorate la sua pelle. Parlate alle sue pinne. Anche nel loro animo omicida gli squali hanno qualcosa da dire. Anche i loro occhi, quando pensano di non essere visti, portano un dolore dentro.

Dopo gli squali iniziai a interagire con altri pesci. Col pesce palla ci giocai. Col pesce pagliaccio ci scherzai. Con quello martello riparai le botte della mia vita. Con l’inchiostro della piovra scrissi parole d’amore che si dissolsero nell’acqua senza ferire nessuno compreso me.

Erano ore che viaggiavo in fondo al mare senza volere ossigeno quando mi adagiai sul fondo del mare. Non sono mai stato sul fondo di una piscina e mi ritrovai sul fondo del mare. Non ho mai visto da vicino la linea nera che seguo da tutta la vita e osservai piante subacquee salutarmi. Non ho mai capito come sia fatta la linea nera e capii come erano fatte queste piante, di vita.

Dovete sapere che ho sempre sofferto di vista. Non ci vedo bene. Per questo ignoro la vera struttura del fondo della piscina nonché della linea nera. Non ho mai detto ai miei genitori della mia cecità e loro mai si preoccuparono di mandarmi a fare una visita di controllo. Non ho la patente, quindi non faccio male a nessuno. Eppure, dal giorno in cui il mio allenatore si accorse di questo piccolo difetto ottico, mi sta tartassando affinché vada da un medico e ricorra a occhiali da vista e lenti a contatto per quando nuoto. Gente strana. Io resisto però. Non vedrò mai la linea nera con nitidezza, ma non mi interesso di ciò.


Continua martedì 17 febbraio 2009