- CAUSA FEBBRE SI RINVIA DI UNA SETTIMANA L'ATTESISSIMA USCITA DE "IL GINECOLOGO" -
Potrei limitarmi a chiuderla così. Potrei evitare di rassicurarvi dicendovi che non si tratta del temibile virus di derivazione suina, ma solo di una tre giorni di febbre alta condita di maldigola. Trentanove gradi di calore corporeo che mi hanno inchiodato a qualsiasi superfice orizzontale della casa, assecondando la mia naturale tensione al riposo profondo: non la morte, semplicemente il sonno.
Potrei anche non approfittare dell'occasione per avvisarvi che il racconto dal titolo così interessante e provocante - Il ginecologo per l'appunto - rischia di essere l'inizio di una lunga pausa di silenzio.
Potrei non farlo ma lo faccio! Scopro le carte! Ho finito i racconti!
Non è che li ho finiti. Ne ho talmente tanti nella mia testa che la notte mi addormento lasciandoli posare sui sogni e, lentamente, scivolare al di sotto del cuscino, permeare il materasso, attraversare gli spazi liberi tra le doghe in legno e pogiarsi sul pavimento, nascosti, sotto forma di grigia e batuffolosa polvere.
Ma non è neanche un problema di pulizie. E' piuttosto un semplicissimo problema di tempo. Non quello che manca sempre, ma quello da costruire, secondo su secondo per ottenerne di dedicato. Dedicato alla concentrazione necessaria per pensare ad un pensiero felice, raccogliere i batuffoli di polvere sotto al letto e trasformarli in un racconto. Non trovo un posto sicuro dove costruire un rifugio di secondi. Penso sia normale in scrittori di cotanta fama come la mia!
Ma disperare e decretare la fine di un talento è l'azione da evitare. In questo momento. Perchè un talento è immortale. Non si spegne come una stella cadente, bensì si poggia sul fondo del mare come un granello di sabbia. Compone i bellissimi fondali che noi tutti ammiriamo dall'altro lato dell'onda. I fondali sono composti da milioni di granelli di sabbia, come milioni sono i talenti che animano il mondo.
Ora in una provetta raccogliete un po' di quel fondale. E di quell'acqua. Chiudetela bene ed appendetela al collo, o tenetela nella tasca dei jeans. Quella sarà la vostra creatività: diversi talenti incontrati per caso.
Sarà vostro compito, ora, andare in giro e scambiare parte dei vostri granelli di sabbia con i granelli di sabbia altrui. E, quando uno di quei granelli incontrerà il granello giusto, in quel momento, proprio grazie a quel contatto, vedrete che un altro racconto apparirà su questo blog. E sarà sempre firmato da Lui, cioè me:
Ignazio Nollo
martedì 12 maggio 2009
martedì 5 maggio 2009
Il pilota Mario 2/2

Foto (*mklex/flickr)
... segue da martedì 28 aprile 2009
Al piano degli arrivi sono tutti sereni. Chi arriva è felice di essere tornato o partito. Di sentirsi di nuovo a casa o finalmente spaesato. Chi aspetta accoglie l’aspettato con abbracci, strette di mano e, sempre, un sorriso. Anche quando le condizioni circostanti non lo permetterebbero.
C’è un ragazzo che aspetta in piedi davanti all’entrata. Aspetta la madre, che torna dagli Stati Uniti con il diretto da New York delle 16e30. Ha lo sguardo buio, mentre pensa al padre scomparso appena il giorno precedente. Lui odia sua madre fuggita in cerca di speranza in un altro paese, con un altro uomo. Ma adesso si è ritrovato solo di fronte al suo dolore, quello della madre. Non sa perché ma dall’odio è passato alla comprensione. Scappare alla fine non è da vigliacchi, non più che restare. Il ragazzo lo ha appena compreso ed è per questo che quando abbraccia la madre, appena spuntata al di qua della porta, la stringe forte e piange con lei. Piangono in silenzio, ritagliandosi uno spazio di intimità in una sala piena di gente che li osserva. Piangono ma quando si guardano sorridono.
La storia di Amina, ragazza senegalese, hostess di una compagnia che la obbliga a vestire colori ridicoli, mi porta al piano di sopra. La vedo attraversare le porte a vetri al primo piano e camminare sicura verso l’altra parte del corridoio, verso le scale mobili. Le hostess hanno la capacità di non dover mai aspettare. Sempre puntuali entrano ed escono dall’aeroporto al momento giusto, ne un secondo in più ne uno in meno. Le loro colleghe che lavorano a terra ogni tanto capita di vederle sconsolate, annoiate in attesa del permesso ad imbarcare. Ma le fate dei cieli mai, loro no.
Ed Amina non è da meno. Il ritmo dei suo tacchi scandisce i secondi che lei sa impiegherà per arrivare all’imbarco. Ha già calcolato tutto. Anche la pausa al bagno. La seguo fino all’angolo, poi decido di aspettarla fuori. Passano diversi minuti durante i quali ho il piacere di osservare le famiglie prese nell’imballare le valige delle vacanze a Sharm. L’uomo d’affari in giacca e cravatta pronto per Dubai. Il ragazzino che saluta la ragazza al momento dell’imbarco. L’interminabile fila del check-in, dove le valige si alternano alle persone, le ruote dei carrelli ai piedi.
Amina intanto non esce, ed io decido di entrare. Controllo che nessuno mi noti mentre varco le porte della toilette femminile e subito mi infilo in uno dei bagni. Sento il chiavistello di una porta aprirsi. Dalla porta socchiusa spio verso l’esterno. È Amina. Si lava le mani, riprende la valigia lasciata in un angolo ed esce. Sto per ricominciare a seguirla quando un altro rumore mi ricaccia dietro la porta. Dalla stessa porta di Amina esce Mario, pilota un po’ attempato ma dallo sguardo giovane. Lo osservo chiudersi la cintura davanti allo specchio e sciacquarsi la faccia. Lui ha appena finito il suo turno, tornato da un volo internazionale. Bentornato Mario.
Le mie storie si susseguono l’una alle altre. Le osservo, le creo unendo gli elementi e poi le narro a me stesso, nascosto in un bagno femminile a guardare Mario attraversare l’uscita. Esco dal mio nascondiglio e mi osservo allo specchio. La mia storia qual è? Cerco di guardarmi come se non mi conoscessi. Quali elementi potrebbero farmi capire il segreto che mi porto dentro. La voglia di fare. Sono vestito normale, e pettinato normale. Non do nell’occhio per una mia stravaganza. Maglietta nera sotto un maglione nero. Pantaloni neri. Sembro un normale cittadino che paga le tasse e va a fare la spesa il sabato pomeriggio. Il mio nome è qualsiasi, più qualsiasi di quello di Mario, facesse anche Rossi di cognome.
Non ho cicatrici e il mio sguardo è pacifico, di chi non ha mai affrontato i conflitti, ero troppo occupato a contare. Uno, due, tre. L’importante è non pensarci. Avvicino il viso allo specchio, voglio vedermi da più vicino. Voglio osservare i miei occhi e cercarvi una luce. Mi avvicino piano e con cautela, potrei perdermi il momento giusto per una eccessiva velocità. A due centimetri dalla superficie dello specchio, quando il mio naso sta per fondersi con quello del mio gemello intrappolato dietro il vetro, la noto. Vedo una luce nell’occhio che lo riempie di tristezza. Soffro, quindi sono vivo. Riesco a vedere la mia sofferenza, quindi non sono ancora fottuto.
Esco dal bagno di corsa e raggiungo il primo bancone che incontro. Compro un biglietto per Parigi, ed uno da Parigi a Miami. Da Miami prenderò un terzo volo per Bogotà. Vado a sviluppare il mio progetto, senza Sottosegretari. Basta aspettare, basta contare.
All’imbarco ripenso a quello che sto lasciando. Le tapparelle aperte in casa. Il pesce rosso senza cibo. Un lavoro voluto e cullato per tanto tempo, dopo tanti sforzi e tante attese. Giulia, che stasera mi aspetta al ristorante, alle otto e un quarto. Il divano dove faremo sesso. E la doccia che mi sveglierà domattina. Lo sto facendo. Li sto lasciando qua. Subito ripenso allo specchio. Alla luce che non si è ancora spenta. Devo fare in fretta. Un altro giorno qua e potrebbe essere tardi, potrei essere perduto. Ticchetto nervoso le dita sul passaporto. Il momento sta arrivando ma me ne accorgo veramente solo quando mi siedo al mio posto, già nell’aereo. Tra i sedili davanti intravedo la porta dell’aereo. Le persone hanno smesso di entrare. Quanto tempo ci metteranno a chiuderla? Sono ancora in tempo per varcarla all’incontrario. Potrei scendere e tornare a chiudere le tapparelle. Entro le otto sarei da Giulia. Il divano. Il pesce rosso. Quanto tempo ci metteranno a chiuderla? Chiudo gli occhi ed aspetto, mentre le mie labbra formano suoni sordi: uno, due, tre, quattro, …

Foto (il ramingo/flickr)
Fine
martedì 28 aprile 2009
Il pilota Mario 1/2

Foto (signorDavide/flickr)
Da piccolo avevo un infallibile metodo per alleviare l’attesa: contavo i secondi. Iniziai a farlo durante le lezioni di matematica, mentre i miei compagni venivano chiamati alla lavagna dando il via ad una lenta processione di balbettamenti ed espressioni monosillabiche. Apriva le danze il Crisafulli che, in un bagno di sudore, era in grado di disegnare simboli illeggibili solo lontanamente simili ai numeri arabi. Veniva poi il turno di Beatrice, maledettamente bella ai miei occhi di infante ma altrettanto intollerabile all’ego a causa della sua totale incompetenza in matematica: delle semplici sottrazioni si trasformavano in viaggi senza meta sulle guance imbarazzate della graziosa.
Pian piano passavano tutti per la lavagna lasciandomi il solo ad attendere un lontanissimo turno. Zucchetti: ero io, l’ultimo in ordine alfabetico, l’ultimo ad essere interrogato.
Così, per non annoiarmi davanti a scene patetiche e pianti supplichevoli, mi rifugiavo trai numeri. Li elencavo uno ad uno, in silenzio, finché non fosse arrivata la maestra ad interrompermi. Contavo ogni secondo cha passava, arrivando a cifre astronomiche e senza perdere mai il conto. Ai milleseicentoquarantasei Crisafulli tornava al banco sconsolato. Ai tremilacinquecentotre Beatrice arrossiva fino quasi a piangere. Ai quattromilasettecentosessanta Luchino iniziava un’interminabile retorica per nascondere palesi difficoltà con le divisioni.
Finalmente, verso gli ottomilaseicento arrivava il mio turno. Mi alzavo in silenzio dal banco, evitando gli sguardi d’odio e di compassione dei compagni. Odio per l’arrogante talento in matematica, compassione soprattutto per quel gilè rosso che la mamma mi obbligava a portare fin dal primo anno di elementari. Il suo essere stretto, rovinato e sicuramente demodé mi relegava nel girone dei socialmente perdenti. Ma per la maestra, ovviamente, era il contrario.
La maestra seguiva dalla cattedra il mio arrivo, sorridendo: ero il suo pupillo, l’unico a darle soddisfazione in tanti anni di frustrante lavoro tra “piccoli delinquenti in divenire”. Alla lavagna iniziavo a dedicarle i miei ragionamenti. Sottrazioni e divisioni si scontravano con addizioni e moltiplicazioni. Guerre di numeri, armati di lance, scudi, virgole e parentesi. La guerra era condotta da due acerrimi rivali: me stesso e la stupidità.
Una solitaria crociata contro l’incapacità diffusa di gestire i numeri: così potrei descrivere le mie elementari.
Negli anni però l’amore per la matematica è scemato, con grande dispiacere dei professori. “A volte ciò per cui sembriamo essere nati è solo quel che gli altri vedono del nostro futuro”. O almeno è così che mi giustifico.
Alle medie ho maturato un profilo basso per sopravvivere ai compagni fisicamente più grossi, anche se con pochi risultati. Alle superiori il profilo è esploso tra occupazioni e manifestazioni, fermi in questura, bocciature e sprint finale per dimostrare che in fondo potevo valere qualcosa anche senza la matematica. L’università: finita in cinque anni e una volta dottore in sociologia stetti diverso tempo senza sapere dove indirizzare la mia vita. Finché non mi inserii a pieno ritmo nella cooperazione internazionale. Lavoro: entusiasmante.
Dell’amore per i numeri mi rimase però l’abitudine di contare i tempi morti. Ho contato i secondi di tutte le attese della mia vita. Ho contato dentro l’armadietto alle medie, obbligato a passarci gli ottocento secondi dell’intervallo. Ho contato i secondi che impiegavo a fumare le mie prime sigarette, trecentoquarantasei secondi, sempre. Il mio primo bacio è durato trecentoventiquattro secondi durante i quali non vedevo l’ora che Beatrice si staccasse da me. L’effetto della prima canna, invece, è stato di seicento secondi circa, steso su un prato, sperando di ritrovare le forze per rialzarmi. Ho contato i secondi di metropolitana per arrivare a lavoro. Quelli passati nel traffico. In fila dal dottore. Al supermercato. Aspettando il taxi. I secondi necessari affinché smettessi di sperare che mio nonno si alzasse dalla bara.
Può sembrare scontato ma sto contando anche ora, seduto su una poltroncina in pelle di una grande e lussuosa sala d’attesa. Sono già arrivato a settecentocinquantasei secondi e la persona che sto aspettando, il Sottosegretario agli Esteri della Repubblica, ancora non si vede. Devo presentargli un progetto importante, da me sviluppato ed organizzato in ogni minimo dettaglio.
Per frenare il nervosismo conto più velocemente del solito: più veloce della normale scansione del tempo. Tento allora di rimettermi al passo e osservo l’andamento delle lancette: click, clock. Click, clock. Click, clock… Mi sento chiamare da dietro le spalle: “L’onorevole l’attende nel suo studio”. Mi alzo ed entro nel suo studio per uscirne appena cinque minuti più tardi, con le spalle incurvate intorno al collo, sguardo perso verso l’infinito. Triste.
“Purtroppo dovrete rinviare l’avvio del progetto almeno fino al formarsi del nuovo governo. Queste elezioni anticipate hanno sconvolto diversi piani. Vedrò però di lasciare una nota positiva su di questo progetto al mio successore. Si tratta di un lavoro molto interessante e non vale la pena lasciarlo da parte. Purtroppo in qualsiasi caso ci sarà da aspettare almeno un paio di mesi”.
Mi avvio verso casa sconsolato e rassegnato a contare i secondi per almeno un paio di mesi. In ufficio aspettano mie notizie, ma penso che li farò aspettare un altro po’. Spengo il cellulare e salgo sul tram del ritorno. La delusione inizia a scatenare la mia perversione “C’è da aspettare? Che cosa mi può costare? Del resto io sono l’esperto dell’attesa. – Pausa – Memorizzerò l’orario ed il giorno in cui sono uscito da quell’ufficio e conterò tutti i secondi che passeranno fino alla formazione del nuovo governo. Quando non potrò contare i secondi lo farà l’orologio per me. Così, quando tornerò ad avere tempo per contarli, mi basterà guardare l’ora, calcolare i secondi passati dalla data di inizio, e ripartire a contare”.
Ormai convinto che questa sia la soluzione migliore e più logica per non sentire l’attesa, mi preparo ad iniziare l’impresa. Ventuno minuti sono passati da quando sono uscito da quell’ufficio, l’equivalente di milleduecentosessanta secondi. Meno tre, meno due, meno uno: via! Milleduecentosessantuno, milleduecentosessantadue, milleduecentosessantatre, milleduecentosessantaquattro, milleduecentosessantacinque, milleduecentosessantasei …
Mi sono addormentato verso i millequattrocento secondi. Gli occhi si sono chiusi da soli. Per la stanchezza e le emozioni, credo. Li ho riaperti che ero già arrivato al capolinea, almeno quattro fermate dopo la mia. Mi alzo, scendo dal tram fermo e desolato e inizio a camminare guardandomi le scarpe. Ricomincio la mia staffetta con l’orologio: è passata un’ora e tre minuti dal punto x. Ciò significa che devo ricominciare dai tremilanovecento secondi. Sotto i miei numeri, i passi si alternano uno dopo l’altro su un asfalto rovinato. A volte schivano buche, feci canine e pozzanghere. Altre volte invece salgono e scendono dai marciapiedi, saltano da una striscia pedonale all’altra, evitano gli altri passi e a loro volta vengono evitati. Salgono scalini e poi li scendono. Si stancano e decidono di fermarsi ovunque, anche su un treno capitato lì davanti. Entrano i passi nel treno mentre la mente segue a contare. Si avvicinano ad un posto a sedere e si mettono a riposo sul sedile davanti. I miei passi mi hanno portato alla stazione, e mi hanno caricato sul treno. Io non li guidavo, mi son limitato a dar loro il ritmo. I miei passi sono saggi, mi hanno portato fino ai ventisette anni e non hanno mai perso un colpo. Quando c’era da scappare correvano, quando bisognava saltare il più lontano possibile volavano. Quando c’era da non pensare, pensavano loro per me.
Una volta seduto sul treno passano pochi secondi e ripiombo in un sonno pesante. Mi sento cullare. Forse sogno, qualcosa di strano e senza senso, che mi farà risvegliare dopo parecchio tempo ma con la certezza di essermi riposato. Aperti gli occhi mi ritrovo nello stesso treno fermo in una stazione aliena, mai vista. Penso per un attimo di aver viaggiato attraverso la dimensione dello spazio tempo, finendo in un universo parallelo. Ma è un cartello a farmi capire dove sono finito: “-> aeroporto”. Seguo la freccia. Ormai sono qui, almeno mi faccio un giro. Salgo su una scala mobile che mi porta al piano degli arrivi, il piano terra.
Centinaia o forse migliaia di persone vagano da una parte all’altra dell’enorme sala. Altre invece riposano su delle poltroncine. Controllando regolarmente l’orologio. Altre ancora poi consumano qualsiasi cosa all’interno dei negozi presenti. Caffè e bevande in lattina. Libri, giornali e riviste. E ancora biscotti con cioccolato, con la vaniglia e con tutt’e due. A turno si avvicinano per poi allontanarsi dagli schermi che indicano l’avvenuto atterraggio o meno dell’aereo. Tutti; seduti; in piedi; camminando; consumando; tutti loro sono lì per una sola cosa: aspettare.
Decido di studiare la loro attesa. Voglio cercare di comprendere le loro tecniche: in quale modo evitano l’insofferenza per il tempo che passa vuoto?
Così li imito. Faccio un giro in libreria e mi metto a leggere i giornali, a sfogliare le riviste ed informarmi sulle trame dei romanzi pubblicati da poco. Faccio pausa e mi dirigo al bar, dove consumo un caffè senza addolcirlo con dello zucchero. Imparo a memoria tutti i voli in atterraggio da qui a due ore e torno più volte per controllarne la puntualità. Poi mi siedo a guardarmi intorno. Ad ogni viso e persona cerco di associare l’aereo in arrivo e il grado di conoscenza con l’atteso. Madri, padri, figli, fidanzate e semplici amici. Due ragazzi gemelli aspettano qualcuno guardando fissi la porta dalla quale dovrebbe apparire. Ipotizzo siano lì per aspettare la sorella di ritorno con l’aereo delle 15e30 proveniente da Londra. Ogni tanto i due parlottano tra di loro. Sono vestiti uguali, salvo per la camicia, portata da uno dentro i pantaloni e dall’altro fuori. Sono entrambi alti e biondi. Belli di una bellezza un po’ ambigua, e forse per questo, a volte, mi sembra si diano la mano di nascosto, in segno di complicità su un loro segreto che nessuno potrebbe comprendere. Dopo averne narrato la storia li perdo di vista, per vederli passare più tardi accompagnati da una ragazza alta e bionda che, prima uno e poi l’altro, li bacia sulle labbra. Lei sorride.
Una madre di tre figli aspetta il marito di ritorno da Monaco di Baviera, con l’aereo delle 16e10. Ne porta uno in braccio, uno lo tiene sottocchio mentre gli urla di non correre e il terzo lo lascia libero di sedersi su una panchina alquanto distante a leggere un libro più grosso di lui. Occhiali grossi, caschetto castano chiaro, faccia ingenua ma responsabile: avrà sì e no otto anni. Legge immerso tra le pagine, stregato dalle lettere, da come componendosi in varie maniere riescano a formare diversi significati, e i diversi significati cambiano a seconda delle frasi in cui sono inserite. Lo osservo perdersi in alcuni passaggi, concentrato nella comprensione di una parola, una sola che gli impedisce di andare avanti. Guarda la madre, vorrebbe chiamarla in soccorso ma poi ci rinuncia, troppo lontana e troppo impegnata a gridare dietro al fratellino. Suo padre arriva che lui ancora non ha spostato gli occhi da quel rigo. Felice il padre nel vedere le sue creature, felice la madre nel vedere il marito assente da tanto tempo. Felici i bambini nel vedere i genitori assieme. Un circolo di affetto che mi fa sorridere per celare la malinconia che mi provoca quella visione. Il bimbo, col libro in una mano e la mano del padre nell’altra cammina fiero a lato della sua famiglia. Quando mi passano vicino il bimbo mi osserva velocemente e gli torna in mente la parola mancante. Rivolgendosi al padre domanda: –Papà, cosa vuol dire “tedio”?

Foto (Aelle/flickr)
Continua martedì 5 maggio 2009
martedì 21 aprile 2009
Oggi no..
Questa settimana non c'ho avuto voglia, o forza, o costanza, o..
Questa settimana è di pausa, per non leggere sempre di gente che scappa, fugge, o meglio: cerca nuove strade, viaggia.
Questa settimana è dedicata a chi mi ha scritto che vuole recuperare leggendo i racconti persi per strada, tra una giornata e l'altra..
Questa settimana è diversa da quella...
Questa settimana è di pausa, per non leggere sempre di gente che scappa, fugge, o meglio: cerca nuove strade, viaggia.
Questa settimana è dedicata a chi mi ha scritto che vuole recuperare leggendo i racconti persi per strada, tra una giornata e l'altra..
Questa settimana è diversa da quella...
martedì 14 aprile 2009
Il Milanese 2/2

Foto (olga slavica/flickr)
... segue da martedì 7 aprile 2009
Il gioco delle zie si fece talmente serio ed impegnato che quando zia Assunta mi chiese una foto per aggiornare l’album di famiglia mi rifiutai categoricamente. Non senza una piccola smorfia di divertimento.
In questo scenario andare a mangiare dalla vecchia zoppa si arricchì improvvisamente di un sapore nuovo: il gusto del mistero. Quel posto diventava sempre di più la concretizzazione della mia intimità. Un luogo dove trovare riposo alla mente. Così, tra una mozzarella e l’altra, dimenticavo le zie e le loro domande. Dimenticavo l’impasse dell’università e della mia vita a Bologna. Dimenticavo le fatiche ed i doveri. Restavo seduto con un’espressione di tranquillità mai avuta prima. Forse tornavo nel grembo materno.
E mai risveglio fu più brutto. Accadde in primavera. Il freddo non minacciava più gli dei ogni mattina. Dovetti trovare un’altra scusa per imprecare: la fatica del lavoro. Avrei preferito stare in giro per la città a prendere il furgoncino come ogni domenica e giovedì per avviarmi verso l’autostrada. Quel giorno forse il cambiamento lo si poteva scrutare nell’aria. O negli sbirri che mi fermarono per una contravvenzione, riempiendomi di domande sul perché viaggiassi verso sud su un vecchio furgoncino.
Ma la sorpresa più amara fu il trovare al posto del ristorante dell’anziana zoppa un cumulo di detriti anneriti dalle fiamme. Era andato tutto a fuoco. La sera prima. L’odore di bruciato non mi permetteva neanche di ricordarmi quello della mozzarella di bufala. Chiesi ad un passante. -E’ stato un incendio-, disse lui. Non ebbi il tempo di chiedere chiarimenti che subito continuò: -Povera signora. Divorata dalle fiamme insieme a tutto il ristorante-. Restai spiazzato. -Ma forse è meglio così-, concluse il passante.
Il ristorante. La vecchia zoppa. La mozzarella di bufala migliore che avessi mai assaggiato. Tutto finito. Ben tornato al mondo.
Poiché al peggio non c’è mai fine, andai da zia Assunta per consumare un buon pasto. La avvisai dell’arrivo imminente con una telefonata. Una volta sul posto mi ritrovai l’intero ufficio investigativo partenopeo dietro ad un piatto di parmigiana. Sul tavolo anche una mozzarella di bufala. La mangiai senza piacere, tra gli sguardi incuriositi delle zie. Quando stabilirono avessi mangiato abbastanza, iniziarono con le domande. Parlava zia Assunta per tutte. Come mai non mangi con la tua fidanzata? Vi siete lasciati? Non ci vuoi proprio dire chi è, o chi era?
Guarda che ti abbiamo scoperto! Il fratello della moglie di Zio Peppino ha detto di averti visto al Ristorante Mirabella la settimana scorsa. Da solo. Come mai? Cosa ci nascondi? Perché mangi in uno stupido ristorante sulla statale piuttosto che dalle tue zie? Non ti piace la compagnia? Non stai più bene con le tue zie? Tu stai combinando qualcosa di losco!
-Sono gay.- Confuso silenzio.
-Come?-
-Sono gay e quel ristorante è frequentato da soli gay. Io vado lì per conoscere nuovi ragazzi.-
Glielo dovevo. Al fratello della moglie di Zio Peppino: andasse a spiegare a sua sorella cosa ci faceva in un ristorante per gay. Prima di tutto la vendetta.
In un secondo mi ritrovai fuori casa, diretto da mia cugina. Pensavo alla stupidità e cecità delle zie. Pensavo che era tutto finito. Pensavo e respiravo con affanno. Dove andrò adesso? Provavo rabbia al ricordo del ristorante andato in fiamme. Non mi importava se a mandarlo a fuoco fosse stata una fuga di gas, la camorra o le zie. Mi rodeva solamente nell’animo il fatto che io non potessi più andarvi a mangiare la mia mozzarella.
Non riuscii a dormire per la notte intera ed il giorno appresso tornai sconsolato col mio carico di mozzarelle. Ne mangiai una come al solito. Buona, non male, ma non è lei.
Continuai quel lavoro per diverso tempo. Ritornai ad un equilibrio instabile nel mio essere studente del nulla e lavoratore inesistente. Più o meno riacquistai interesse per le mozzarelle di bufala. Ma continuai a mangiarle sempre con in testa lei. Le comparavo. Cercavo nel boccone quel sapore nascosto che solo la mozzarella di bufala dell’anziana zoppa aveva.
I cambi di caseificio si fecero più frequenti nella disperata ricerca del caseificio che aveva approvvigionato l’anziana. Mi riusciva difficile tornare sempre dallo stesso pensando che da qualche parte vi è una mozzarella tanto buona o almeno una che la potesse eguagliare. In ogni caseificio nuovo trovavo sempre un difetto. Troppo siero, troppo poco. Un po’ acida. Troppo poco acida. Fredda. Calda. Di plastica.
Qualche volta tornai anche a mangiare dalle zie, quasi per divertimento. Mi guardavano con occhio indagatore. Cercavano il dove fosse la differenza. Forse mi volevano chiedere addirittura se sapessi qualcosa delle tendenze sessuali del fratello della moglie di zio Peppino. In quel silenzio carico di domande mi ci trovai ben presto comodo. Pensando alla sbronza della sera prima. A chi chiamare per la sera successiva e cosa fosse aperto di Lunedì. Pensando. Pensando.
Pensavo anche il giorno successivo in macchina. Mentre mi avviavo col carico pieno verso la statale. L’ultimo caseificio dal quale mi ero approvvigionato restava di molto perso nella campagna attorno al paese. Pensavo quando notai un cartello nuovo con l’insegna che andava ad indicare un caseificio. Da Graziano si chiamava. Certo. Da Graziano. Come non ricordarsi quel nome? Graziano.
Sterzai all’improvviso e seguii le indicazioni fino al caseificio. Prima di entrare cercai di stemperare il nervosismo che mi premeva in corpo. Avanzai fino al bancone e chiesi con tutta tranquillità una mozzarella di bufala, sì solo una. Da 250 grammi va benissimo. Mi passò a lato il ragazzo che quel giorno portava le mozzarelle alla vecchia zoppa. Il posto deve essere questo.
Mi misi in disparte, su un tavolino improvvisato. Forchetta e coltello di plastica in mano. E iniziai a tagliare. Niente rulli di tamburo però. Troppa era l’attesa. Niente sorriso della vecchia. Niente tovaglia a quadri azzurri e bianchi. Niente sensazione di mistero. Niente complicità con la mozzarella. Il primo boccone fu una delusione. Buona era buona. Ma mancava di quel qualcosa che la rendeva superiore. Era una mozzarella come le altre.
Per la prima volta non finii una mozzarella iniziata e mi avviai confuso verso l’uscita. -Signore si sente bene?-
-Ho solo bisogno di un po’ d’aria. -Due, tre, quattro passi. Ero in macchina. Partii con ancora la testa che mi girava alla volta di Bologna. Per non tornare più, pensai.
E invece continuo a tornare nella mia terra. E la gente continua a chiamarmi ‘o Milanese. Praticamente passo due volte a settimana con un furgone bello grosso, non più quello vecchio di vent’anni, a ritirare carta e cartoni dai palazzi di alcune vie del paesello. Una volta riempito il camion mi dirigo alla volta di Grosseto. Lì vicino c’è una ditta che utilizza quel cartone per riciclarlo o per spezzettarlo ed usarlo come imballaggio. I guadagni sono più risicati rispetto alla mozzarella, ma è un lavoro divertente. Conosci un sacco di gente: portieri, vecchie signore, giovani signorine, persone povere e persone ricche della sola umiltà. Se la camorra non mi fa fuori prima, questa estate caricherò un paio di brandine sul furgone ed insieme a degli amici di Bologna ed uno di Napoli andremo alla volta del Marocco. Lì è difficile che notino la differenza tra nord e sud Italia. Poi, se vorrò, tornerò, per farmi chiamare ancora una volta ‘o Milanese.

Foto (Alessandro Di Maio/flickr)
Fine
martedì 7 aprile 2009
Il Milanese 1/2

Foto (La qù-Silvia Matteini/flickr)
La vita, per un figlio di immigrati, è sempre un poco più ridicola, rispetto alle altre. Poi se di quel paesino vicino ad Aversa, conosci solo alcune facce e le case dei parenti durante le feste di Natale, la cosa acquista anche uno strano senso surreale. Ma quando ti iniziano a chiamare terrone, trai banchi di scuola, solo perché di quelle facce e di quelle case vai orgoglioso, al ridicolo si aggiunge anche un po’ di surreale. E così che inizi a pensare come loro: non i compagni di classe, ma gli amici che non hai mai conosciuto, quelli che girano sotto casa di zia Assunta sui loro motorini e sempre senza casco. Inizi a convincerti che nel tuo sangue non potrà mai scorrere l’idea di essere del nord, ma che resterà sempre, nonostante gli manchi l’accento giusto, un sangue terrone.
Dall’interno di quell’aula buia, nonostante fosse una splendida mattinata primaverile, vengo proiettato con la mente ad oggi, sul divano di camera mia. La mia posizione è ferma e fissa. Con il bacino tirato avanti e le spalle che sembrano voler scivolare sempre più verso terra, guardo un punto davanti a me da diversi minuti, forse ore, forse secoli. Rifletto. O piuttosto cerco le forze per alzarmi e partire. Detto fatto. All’appello non manca niente. Giacca, portafoglio, chiavi. Ah, gli occhiali da sole. Quelli fanno la differenza, sempre.
Entro nel furgoncino parcheggiato sotto casa inneggiando ad alcuni santi e morti di chissà quale persona. E’ il freddo a farmi imprecare. Avvio il motore, solita strada, solite persone che si incrociano. Solita entrata verso l’autostrada.
Buongiorno. E’ finalmente l’una del pomeriggio, sono quasi all’altezza di Roma, dopo quattro fottute ore di viaggio. Finalmente riesco a capire di essere vivo e sveglio e a ricordarmi le bevute della sera prima. Finalmente ho la forza di fermarmi all’autogrill e prendere il caffè della mattina. Sono Giuseppe, ma non chiamatemi Beppe per favore. Chiamatemi Bebè come preferiscono i miei più cari amici. Oppure il milanese, come mi chiamano “dalle mie parti”.
Sono uno studente. Studio al Dams di Bologna: recitazione. Ma non diventerò un attore. Ho scelto quest’università per allontanarmi da Milano. Ad un figlio di immigrati Milano comincia a stare veramente stretta verso i diciannove. Così, dopo un anno a giurisprudenza mi sono lanciato nel mondo dell’arte. E sono quattro anni che sono fermo al primo anno, ma con qualche esame del secondo già fatto, da intendersi. Per campare, non potendo chiedere soldi ai miei, mi sono aperto un’attività semi-clandestina. Nulla di pericoloso o troppo illegale. Del resto è iniziato tutto per un puro caso. Amici, amici di amici: tutti hanno iniziato a chiedermi di portar loro delle gustose ma soprattutto originali mozzarelle di bufala. Così due volte alla settimana scendo da qualche parente, vado in un caseificio di fiducia e riempio un furgoncino vecchio di vent’anni di mozzarelle di bufala.
“Dalle mie parti”, dicevo, mi chiamano il Milanese, ‘o Milanese per la precisione. “Raffaè, è arrivato ‘o milanese” li sento urlare quando entro nel negozio. Destino beffardo. Nemico in patria e straniero all’estero. Ho sempre viaggiato su questo binario doppio, ed in verità l’ho sempre presa in maniera ironica. Questo essere a cavallo tra due mondi ma con nessuna patria mi ha sempre aiutato a pensare un passo avanti di quello alla mia destra. Ed infatti sono riuscito a tirare su la mia rete di smercio della mozzarella in poco più di un mese. Amici di amici appunto, ma anche sconosciuti arrivati a me col passaparola. Fanno la fila per aggiudicarsi qualcosa da almeno uno dei miei due viaggi settimanali. La mozzarella di bufala è un bene raro.
E ne ho conferma ogni volta che ritirata la merce mi fermo a lato della strada, scelgo a caso una cassa di mozzarelle da dietro il furgoncino e ne “testo” una. Normalmente dopo un po’ un bravo smerciatore di bufala ha bisogno di cambiare caseificio, di fare a rotazione. O meglio: questa è la mia regola. Perché infatti coi grandi numeri i caseifici reggono poco, e dopo un paio di mesi la mozzarella non mantiene il sapore originario.
Quando il caseificio è nuovo, dicevo, la mozzarella di bufala ti si scioglie in bocca. Ma a dirla così è un po’ riduttivo. Ne tagli un pezzo e vedi il siero circondare la ferita. Apri la bocca e ti avvicini al boccone con le papille gustative e la testa concentrate solo sul momento dell’impatto. La lingua viene a contatto per prima, e senti il siero scendere ed allagare le fauci, finché tutto il boccone inizia a cedere con benevolenza sotto una lieve pressione dei denti. Un paio di masticate e il sapore invece di svanire aumenta. Ma la mozzarella veramente buona è quella che ti lascia quel sapore forte in bocca, quel retrogusto che si deve creare per una strana reazione con l’aria. Aria di Napoli o di Bologna il sapore vincente resta sempre vincente. Non credo a questa storia dell’aria o, più che altro, non penso possa influenzare così tanto il sapore di una mozzarella di bufala.
Mi è andata sempre bene con il traffico di mozzarelle. Bei soldi. Dicevo. Pochi rischi. Coscienza a posto. Parto la Domenica in seconda mattinata per arrivare per l’ora di cena a casa del parente di turno che mi ospita. La mattina dopo passo dal caseificio e ritiro la preziosa merce. Poi alla volta di Bologna, dove in tempo per le cinque-sei del pomeriggio distribuisco le mozzarelle ai richiedenti, senza che mai me ne avanzi una. In questo sono molto bravo. Nel vendere. La fama del terrone, per di più napoletano, mi ha seguito anche a Bologna, qui dove la concorrenza vi giuro è molto agguerrita ed è difficile sentirsi rinfacciare la provenienza. Nonostante ciò con la mia fama di terrone napoletano la gente si fida di me ed al momento giusto, metti che qualche cliente rinuncia alla sua mozzarella della settimana, riesco ad usare la loro fiducia per finire la merce in esubero guadagnandoci il doppio.
Di giovedì, sempre seconda mattinata, parto nuovamente per il secondo giro settimanale. E via così da ormai tre anni.
Un giorno zia Assunta, che mi doveva ospitare, mi disse che non sarebbe stata a casa per cena a causa di un imprevisto urgente. Dopo le domande di rito per assicurarmi che stesse tutto a posto, decisi sul da farsi. Normalmente mangiare dai parenti ha un doppio vantaggio: risparmi e ti riempi, e per uno studente fuori sede sono due aspetti fondamentali che insieme risolvono molti problemi. Inoltre capita di incontrare anche qualche cugina della propria età con la quale scambiare chiacchiere ed uscire ogni tanto. Ma quella sera, per quell’imprevisto urgente, mi ritrovai spiazzato. Così abituato a questa piccola routine settimanale non seppi cosa fare. Ed una volta arrivato in prossimità della casa di zia Assunta non mi rimase altro che fermarmi di fronte ad un ristorante dall’aspetto modesto, dirimpetto alla statale.
Entrai e salutai con garbo e cortesia ma in silenzio, sapendo fin da subito che con la prima parola detta mi avrebbero etichettato come uno del nord. Presi posto in un tavolo isolato, e per un attimo mi sentii anche importante. In quel momento ero un rappresentante, un camionista, un padroncino o qualsiasi altra persona che deve mangiare al ristorante da solo per lavoro. Comunque ero un lavoratore adulto. Questo ti da una certa convinzione di poter essere preso sul serio. Una signora di una certa età mi portò la lista mostrandomi un sorriso accogliente e simpatico. Zoppicava con eleganza e parlava il sua accento in molto gradevole. Scambiammo qualche parola di cortesia e subito il suo fare mi fece dimenticare le arie da adulto. Rimisi le mie vesti e mi sentii molto più a mio agio.
Scorrendo rapidamente il menù fermai il dito su una porzione di parmigiana e un piatto a parte di mozzarella di bufala, senza nulla affianco, le specificai.
Come di consueto mi lanciai sulla parmigiana con voracità e lasciai per ultimo il pezzo forte della cena. Momento solenne. Mi suonai in testa delle piccole trombe per rompere la noia della solitudine. Bloccai la vittima con la forchetta e l’accarezzai con la lama fredda del coltello. Un colpo decisivo e potei avvicinare alle mie labbra la carne sgocciolante di siero per farla tastare dalla lingua. Fino a qui tutto bene. Con semplicità mandai giù il primo boccone e poi pian piano, con calma e un certo stile dato dalle trombe di sottofondo, arrivai alla fine della mozzarella intera. Mi poggiai con la schiena sulla sedia prima di scoprirmi terribilmente soddisfatto di quella mozzarella. Il suo retrogusto stava dando una sensazione inaudita di piacere alla gola, cosicché rimasi del tempo a ripassarlo e ricordarlo, finché la simpatica signora non mi portò un’altra mozzarella specificandomi che era offerta dalla casa. La seconda volta fu una sorpresa ancora più dolce.
-Signora, ma lei dove si rifornisce per avere una mozzarella tanto buona? -Tornai a recitare per convenienza la parte dell’adulto. Volevo essere un rappresentante. Mi avrebbe dato più possibilità di arrivare allo scopo.
-Questo non posso dirglielo. E’ il segreto del ristorante. -Signora 1, rappresentante 0.
-Capisco, ma sa.. glielo chiedevo perché i miei coinquilini vanno pazzi per la mozzarella di bufala e vorrei prenderne un bel po’ da portargli su domani. -Provai la carta del giovane innocuo.
-Mi spiace, è che non posso proprio dirtelo. Io ricevo lo stesso quantitativo di mozzarella da dieci anni tre volte alla settimana, e mi va tutta via con facilità. Comunque riferirò che ti è piaciuta, ne saranno molto contenti al caseificio.
-Grazie lo stesso signora. Mi può fare la fattura gentilmente? Tornai ad essere il rappresentante e mi inventai una ditta ed una partita iva adatta al gioco: De Cecco, P.I. 10438205586603. Sicuramente sbagliai mettendo qualche numero di troppo, ma la cosa rese solo più divertente il tutto.
La sera la passai tranquilla. Arrivai a casa che la zia era già tornata. Era una domenica, così non mi fu difficile addormentarmi subito per recuperare le ore di sonno perse la notte prima.
Non faccio mai colazione quando sono a Bologna, ma qui giù il piacere di un caffè napoletano non me lo perdo mai. Deve essere il luogo a darmi questa sensazione nel berlo. Lo gusto già vedendolo versare dalla moka.
Arrivo dal fornitore che sono già le dieci: mi piace la vita dai ritmi rilassati. Un ragazzino di nove o dieci anni mi aiuta nel riempire il furgoncino e vado via che non sono ancora le dieci e mezzo. Lungo la strada ripasso davanti al ristorante della signora e noto subito un vecchio pandino parcheggiato immediatamente fuori dall’entrata, Un ragazzo sta scaricando dei pacchi. Vi è un duplice scambio di sguardi. Freno per non tamponare la macchina davanti. Lui riprende a scaricare. Sicuramente è mozzarella quella. Osservo il furgone del ragazzo: tombola. Sul lato vi è scritto l’indirizzo e il nome del caseificio. La penna. Il mio impero per una penna. Dov’è? Nel cruscotto? No. Sotto il freno a mano? Nemmeno. Dietro il sedile? Ritenta che sarai più fortunato. Mi suonano da dietro. Terroni di merda. Sto per accostarmi e mandarli a quel paese quando vedo che a suonare è stata un’Alfa della polizia. Al diavolo la penna. Me lo ricorderò a memoria. Faccio segno di scusa con il braccio e riparto. Prima, seconda, terza e via verso casa. Come si chiamava la via del caseificio?
Persa quell’unica occasione di carpire il segreto dell’anziana zoppa, non mi rimase altro che continuare a tornare a farle visita. Con la stessa solitudine ma sempre in compagnia del rullo di tamburi. Ogni boccone era nettare iniettato direttamente sulle papille gustative. Ogni incisione alla perfezione di quel concentrato di bontà era l’annuncio di un amplesso.
Le zie iniziarono a fare domande sul perché non cenassi con loro. Per evitare di rimanerne soffocato dalle loro rimostranze mi inventai una fidanzata: e fu peggio. Curiosità mista gelosia mi resero insopportabile il soggiorno. Dovetti farmi ospitare da mia cugina e da suo marito. Gente simpatica, per carità, ma il loro divano mi uccideva, giorno dopo giorno, partendo dalla metà esatta della schiena.
Ma non solo. Ovviamente la notizia si sparse per la rete infinita di parenti, tanto che la scusa della fidanzata mi costò addirittura una chiamata da parte di mio padre conclusasi con: -adesso è l’ora di mettere la testa a posto-. Come se ciò non bastasse si era costituito un comitato di zie con l’obiettivo di decidere quale fosse la fortunata. A detta di mia cugina, le grandi sagge si riunivano ogni mercoledì pomeriggio davanti ad un caffè. Si iniziava con il nome di qualche figlia di conoscenti loro per spostarsi in seguito sulle figlie dei conoscenti dei conoscenti. Finiti i nomi iniziarono ad avviare un’attività investigativa. Chiesero a chiunque potesse lontanamente conoscermi, se mi avessero mai visto con una ragazza o simili.

Foto (elle_effe/flickr)
Continua martedì 14 aprile 2009
martedì 31 marzo 2009
Il capotreno 2/2

Foto (Sigmah/flickr)
... segue da martedì 24 marzo 2009
La vedo passare nel corridoio. E’ solo un ombra ma so che è lei. E’ andata in direzione della testa. Mi alzo di scatto e le corro dietro. Nel buio noto che porta una felpa con un cappuccio che le va a coprire la testa.
La seguo. Passa da un vagone all’altro senza perdere terreno. Io trovo le porte già aperte dal suo passaggio e per questo la credo più vicina. Quasi raggiunta. No. E’ sempre alla stessa distanza. Sta per arrivare al primo vagone, di prima classe. Anche qui le luci sono spente. Ho fatto un buon lavoro: tutto il treno è al buio.
Rallento fino a camminare. So che non mi può scappare. Sono all’altezza del primo scompartimento dell’ultimo vagone. La vedo proseguire fino a svoltare alla fine del corridoio. Non si butterà da un treno in corsa. Posso proseguire con calma e riflettere.
Ma niente mi sembra sufficiente a spiegare. I pensieri si accavallano e saltano senza incontrarsi, ognuno per la propria strada indipendenti. Ripenso a tutto il tragitto, a tutte le fermate nelle varie città. Quando può essere salita? Quando il treno apriva le porte io ero lì, a pregare i passeggeri per farli salire sul mio treno. A Firenze? Impossibile. Ho girato più e più volte il treno passando per ogni scompartimento e ogni bagno. Aprendo le porte dove queste erano chiuse. Richiudendole dove erano aperte… così… per sfizio.
Inizio a rendermi conto della possibilità che io sia impazzito ed ora sì che forse ho paura. Mancanza di logica nei pensieri e visioni sono due indizi abbastanza palesi. Mi chiedo così se una volta di fronte a lei avrò superato il punto del non ritorno, se i paradossi si trasformeranno in realtà e tutta la mia vita in un ricordo di altrui proprietà. “Prima di perdere il senno pensa che faceva il capotreno”. “Io l’ho conosciuto, un simpatico ragazzo, anche se già si vedeva che aveva qualcosa di strano”. “Mi dispiace per lui, io l’ho amato sul serio, ma era troppo orgoglioso per fermarsi a capire”. Orgoglioso io? No, si sbaglia.
Mancano pochi passi e perderò la mia vita, il controllo del mio futuro. Mi troveranno a fine corsa rannicchiato in un angolo con i capelli strappati e gli occhi fissi verso un punto, dove penserò essere le labbra di lei.
Se la mente comunica paura a tutti i nervi, paralizzati ed insensibili alle altre sensazioni, il corpo continua a muoversi verso la fine del vagone, gira l’angolo e mette i miei occhi di fronte a quella figura, di spalle, che guarda all’infuori le luci che scorrono. Bloccato, la vedo di fronte a me. Non mi muovo e non parlo. Aspetto che si giri. Sento gli occhi lacrimare per la paura. I nervi si risvegliano al bagnato delle lacrime che scorrono sulle guance, e le sentono cadere sui piedi nudi.
Girati forza. Mostrami il tuo viso. Guardami negli occhi e dimmi che sei reale. Ma non è così. Non si è ancora voltata del tutto e già comprendo di essere alla fine del viaggio. Finiscono tutti i viaggi della mia vita nel vuoto al di sotto di quel cappuccio. Gli occhi sono testimoni della mia follia, anche se la mente continua ad insistere sperando di trovare i lineamenti di lei. La morte… forse la morte sarebbe meglio della follia che mi aspetta.
La morte infatti me la immagino con una faccia, triste, di donna. Complice del destino ma riluttante all’idea di aiutarlo. Rassegnata per il proprio compito mi guarderebbe con occhi secchi per il troppo pianto, ma tristi e quasi bassi. Mi prenderebbe la mano e mi porterebbe via, allontanando l’anima dal corpo pesante e nudo.
La pazzia, invece, la sto osservando ora. E’ senza volto ne consistenza. Non guarda ma viene guardata. Vedi attraverso il suo viso il fondo della tua vita: vuoto come gli scompartimenti di questo treno. Solo come il suo capotreno che, guarda caso, sono sempre io.
Lei, chiunque sia, si muove. Temo per un attimo che mi voglia strappare il cuore e quasi lo spero: un ultimo atto di pietà prima di farmi impazzire del tutto. Non batterà più, così non soffrirò quando verrò isolato nell’angolo della società, proprio di fronte ai senza tetto, alle prostitute malmenate, ai vecchi pronti al grande salto.
Invece no. Non mi sfiora neanche con le dita che vedo affusolate e giovani. Poggia con delicatezza la mano sulla leva del freno d’emergenza e con energia la tira di botto. Tutto nel treno si butta in avanti. L’aria, i rumori, le urla e l’intero mio corpo che lascia sbattere la testa contro il vetro della porta al di là della quale vi è la locomotiva. Cado a terra subito dopo lottando con i sensi affinché non li perda. Sento le macchine ferme, silenziose. Tutto è fermo e silenzioso per parecchi minuti: due, tre, cinque, finché il silenzio non viene interrotto da un treno che ci passa a tutta velocità a fianco, spostando l'aria e l’intero vagone dove sono steso.
Esausto perdo i sensi.
Il capotreno dell’intercity 9450 ha salvato i suoi passeggeri e il macchinista da una catastrofe ormai certa. Vi sono infatti dei lavori, in un determinato tratto del percorso dell’intercity, che obbligano i treni ad alternarsi su un unico binario. Il 9450 proseguiva a tutta velocità, invisibile agli occhi elettronici che, coincidenza o presa in giro del destino, avevano smesso di funzionare. La tragedia era annunciata, se non fosse stato per il freno di emergenza azionato dal capotreno di quel treno fantasma.
I passeggeri hanno raccontato di come il futuro eroe secondo loro sospettasse qualcosa già un’oretta prima dello scampato pericolo. Girava in continuazione per tutto il treno senza chiedere i biglietti, ma cercando un qualcosa trai posti a sedere. In seguito la luce è improvvisamente mancata in tutto il treno, e il nostro strano eroe, il capotreno, è stato sentito imprecare, forse i suoi sospetti trovavano conferma in quell’improvviso black-out. Lo hanno visto sdraiarsi a sentire il rumore dei binari, dicono, e poi sedersi in uno scompartimento a pensare, a piedi nudi. Poi si è alzato per correre verso la testa del treno. Pochi minuti dopo una forte frenata ha salvato tutti.
Come di dovere si è aperta un’inchiesta e gli inquirenti non vedono l’ora di interrogare il capotreno per capire come abbia fatto a prevedere ed evitare la tragedia. C’è già chi parla di preveggenza e chi di sesto e settimo senso, ma le risposte le potremo avere solo dal capotreno stesso, una volta che si sarà ripreso dal lieve shock in cui è stato trovato.
I medici dicono che si riprenderà presto, ma costoro non sanno che mi sono già ripreso e che mi sto allontanando dall’ospedale attraversando porte e corridoi.
Voglio sparire e lasciare tutte le domande di questa storia senza risposta alcuna, per tingere con un po’ di mistero tutto questo paradosso. Andrò verso est, verso l’India. Lì i treni sono differenti da qui: sono talmente affollati che alcuni passeggeri devono sedersi sul tetto durante il tragitto. Ricomincio a viaggiare.

Foto (_Jer_/flickr)
Fine
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